La vita può saltare da un pianeta all’altro a bordo di frammenti di asteroidi, la prova in un batterio estremofilo
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Un esperimento condotto dai ricercatori della Johns Hopkins University e pubblicato sulla rivista PNAS Nexus ha fornito una prova concreta a sostegno dell’ipotesi della litopanspermia, ovvero la teoria secondo cui la vita potrebbe diffondersi da un mondo all’altro viaggiando all’interno di rocce espulse nello spazio a seguito di violenti impatti. A finire sotto i colpi di una vera e propria pistola a gas, in questo caso, non è stato un materiale inerte, bensì una colonia di Deinococcus radiodurans, un batterio già noto alla comunità scientifica per la sua proverbiale resistenza a condizioni proibitive, quali l’esposizione a radiazioni intense, la disidratazione estrema e le basse temperature.
L’obiettivo che il team guidato da K.T. Ramesh e dalla dottoranda Lily Zhao si era prefissato era infatti quello di sottoporre questo microorganismo – considerato una sorta di “alieno” da laboratorio per le sue straordinarie capacità di adattamento – a pressioni meccaniche istantanee paragonabili a quelle che si scatenano quando un grosso celeste, come un asteroide, craterizza la superficie di un pianeta proiettandone detriti nel vuoto cosmico. La procedura sperimentale ha visto i batteri posizionati tra due piastre d’acciaio, bersagliate poi da un proiettile lanciato a velocità elevate, fino a generare picchi di pressione compresi tra uno e tre gigapascal: per dare un termine di paragone, si tratta di una sollecitazione sino a trenta volte superiore a quella che si registra negli abissi della Fossa delle Marianne. Le aspettative iniziali, va detto, non erano delle più rosee, e gli scienziati si sarebbero ritenuti soddisfatti anche solo nel constatare una sopravvivenza dell’uno per cento del campione, eppure i risultati hanno sovvertito ogni previsione.
Ciò che è emerso dalle analisi successive agli impatti, le quali hanno compreso l’uso della microscopia elettronica e lo studio dell’attività trascrizionale del batterio, ha dell’incredibile: il Deinococcus radiodurans non solo ha mostrato un tasso di sopravvivenza altissimo, attestandosi attorno al novantacinque per cento a 1,4 gigapascal e resistendo ancora per oltre la metà della popolazione cellulare a 2,4 gigapascal, ma ha anche rivelato di poter riparare il danno subito. Gli stessi ricercatori, come ha raccontato Lily Zhao in più interviste, hanno continuato ad aumentare la potenza dei colpi nel tentativo di trovare un limite invalicabile per il batterio, finché non è stata la strumentazione di laboratorio a cedere, frantumandosi prima che i microrganismi venissero completamente annientati. È emerso, inoltre, che le cellule sopravvissute, nonostante presentassero talvolta membrane lesionate, erano in grado di riattivare i meccanismi di riparazione del DNA, riprendendo a riprodursi e a formare nuove colonie.
Un viaggio interplanetario che riapre il dibattito sulle origini
La scoperta, che ha dell’incredibile, costringe la comunità scientifica a rivedere alcune delle convinzioni più radicate riguardo alla possibilità che la vita, o almeno i suoi mattoni fondamentali, possa migrare attraverso il Sistema Solare. L’ipotesi che si fa strada è che, se un batterio terrestre come questo estremofilo è in grado di tollerare le pressioni di un impatto e la successiva espulsione nello spazio, allora chissà che organismi simili, magari un tempo presenti su un pianeta come Marte, non abbiano realmente compiuto il viaggio in direzione della Terra, incastonati all’interno di meteoriti. Il ragionamento si basa sulla constatazione che il Pianeta Rosso, miliardi di anni fa, era un luogo molto più caldo e umido, e quindi potenzialmente in grado di ospitare forme di vita primitive. Un impatto violento avrebbe potuto strappare via dalla superficie marziana dei frammenti contenenti questi microbi, i quali, dopo un peregrinare più o meno lungo, sarebbero precipitati sul nostro pianeta, innestandovi forse il primo germe biologico.
L’implicazione più affascinante, ma anche quella più delicata da gestire in termini pratici, riguarda le future missioni di esplorazione spaziale e le conseguenti politiche di protezione planetaria. Se la vita, come sembra suggerire questo studio, può sopravvivere agli stress meccanici di un lancio balistico da un mondo all’altro, allora diventa imperativo riconsiderare le misure di sicurezza per il ritorno di campioni, ad esempio, da Marte o dalle sue lune. La missione giapponese MMX (Martian Moons Exploration), in procinto di partire per prelevare materiale da Fobos, assume una rilevanza del tutto nuova: il satellite, che orbita molto vicino a Marte, ha raccolto per miliardi di anni polveri e detriti espulsi dalla superficie del pianeta, e potrebbe custodire tracce di materia organica o, chissà, di antichi organismi.
Le implicazioni per la protezione planetaria e l’esplorazione futura
Proprio questa eventualità, resa più concreta dai risultati del team di Baltimora, spinge a interrogarsi sull’adeguatezza degli attuali protocolli di quarantena. Attualmente Fobos è classificato come celeste “non vincolato” dal punto di vista della protezione planetaria, il che significa che i requisiti di biosicurezza per le sonde che lo visitano e per il materiale che ne dovesse tornare sono piuttosto blandi. Alla luce dell’esperimento, tuttavia, il livello di attenzione dovrà probabilmente essere alzato: se microrganismi letali o semplicemente vitali potessero nascondersi nei granelli di suolo di Fobos, il loro rientro sulla Terra potrebbe costituire un rischio, anche remoto, per il nostro ecosistema. I ricercatori, pur senza allarmismi, suggeriscono pertanto di riconsiderare le categorie di rischio assegnate a determinati corpi, adottando magari un approccio più prudente che non dia nulla per scontato.
L’entusiasmo nel mondo dell’astrobiologia è palpabile, ma non si tratta tanto di affermare con certezza che siamo tutti “marziani”, bensì di aver dimostrato che il trasferimento interplanetario della vita è un meccanismo concretamente possibile dal punto di vista fisico e biologico. Resta da capire se altri organismi, come funghi o archaea, condividano la stessa adamantina resistenza, e se pressioni ancora più elevate di quelle testate, fino a cinque gigapascal, possano comunque essere tollerate. Per ora, l’unica certezza è che il Deinococcus radiodurans ha ancora una volta stupito la scienza, resistendo là dove l’acciaio stesso ha ceduto, e ha riaperto uno degli interrogativi più antichi dell’umanità: quello sul nostro posto nell’universo e sulla possibilità che la scintilla della vita non sia scoccata unicamente su questo pianeta, ma viaggi nell’oscurità dello spazio in attesa di trovare una nuova casa.




