La notte è finita per Shiffrin, l'oro dopo dodici anni. Vonn: “Grazie Italia”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C'è chi torna a casa, e lo fa dopo aver sfiorato la tragedia in un'esplosione di gratitudine per il paese che l'ha curata, e chi quel paese lo ha trasformato nel palcoscenico di una delle rivincite più attese nella storia dello sci alpino. Il giorno delle olimpiadi di Milano Cortina che consegna agli archivi la prova regina della tecnica femminile porta la firma inconfondibile di Mikaela Shiffrin e il commosso saluto di Lindsey Vonn, due americane, due generazioni, due destini incrociati sull'azzurro delle Dolomiti. La prima, la più forte di sempre, ha ricucito lo strappo con la memoria e con la storia; la seconda ha chiuso la sua ultima parentesi olimpica non in pista, ma in una stanza d'ospedale a Treviso, e da lì ha voluto mandare un messaggio che suona come un testamento spirituale prima del ritorno in Colorado.

Per Shiffrin, trent'anni compiuti e un'eterna fame di vittorie, la gara sulle Tofane è stata molto più di una semplice esibizione di superiorità tecnica. Il cronometro, fermato sull'1'39''10, dice che ha vinto con un distacco abissale di un secondo e cinquanta centesimi sulla svizzera Camille Rast e di uno e settantuno sulla svedese Anna Swenn Larsson, un margine che non si vedeva da decenni in uno slalom olimpico -7. Ma il dato numerico, per quanto eclatante, racconta solo una parte della verità. La sostanza è che la campionessa di Vail è tornata a mordere l'oro che le mancava da dodici anni in questa disciplina, quella che l'aveva vista diciottenne prodigio a Sochi 2014, e che l'aveva poi tradita nelle edizioni successive. Non che nel mezzo fosse rimasta a bocca asciutta, intendiamoci: a Pyeongchang 2018 si era presa il gigante, ma lo slalom, la sua gara per antonomasia, era rimasto una ferita aperta. Fino a ieri.

E pensare che l'aria di Cortina, per lei, non aveva inizialmente portato buone nuove. La spedizione azzurra di queste olimpiadi l'aveva vista uscire a mani vuote dalle prime prove, prolungando quel digiuno che durava ormai da otto gare a cinque cerchi, un'astinenza statistica che per una come lei, abituata a vincere ovunque e sempre, cominciava a pesare come un macigno -1-5. Il fantasma di Pechino 2022, l'edizione dei sei zeri che aveva messo in discussione persino la sua infallibilità mentale, sembrava aleggiare minaccioso anche qui. E invece, proprio quando la pressione avrebbe potuto schiacciare chiunque, Shiffrin ha tirato fuori una prima manche da manuale, rifilando ottantadue centesimi alla tedesca Lena Duerr, che pure era lì a inseguirla, e costruendosi un vantaggio che in slalom è una prateria -1. Nella seconda, ha amministrato con la freddezza di un chirurgo, lasciando che fossero le avversarie a cadere nel tentativo disperato di impensierirla, come è accaduto alla giovane svedese Cornelia Oehlund e alla stessa Duerr, finite fuori nella resa dei conti finale -9.

Se la Shiffrin si gode il quarto alloro olimpico della carriera, il terzo d'oro, e il Titolo di "Goat" (Greatest of all time) che i tifosi a stelle e strisce le hanno tributato con un cartello diventato subito virale, per Lindsey Vonn la musica è purtroppo diversa, ma non meno densa di significato. La quarantunenne leggenda, tornata alle gare dopo anni di stop e di protesi al ginocchio per un'ultima, romantica avventura, aveva stretto i denti fino all'ultimo. Gareggiava già con il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro rotto, un'eroica follia che l'ha portata a cadere rovinosamente durante la discesa dell'8 febbraio, riportando una frattura complessa della tibia -6. Da lì, il ricovero d'urgenza all'ospedale Ca' Foncello di Treviso, dove i chirurghi, guidati dal primario Stefano Zanarella, le hanno praticato quattro interventi in pochi giorni per rimetterla in sesto -6-8. Dopo quasi due settimane di immobilità forzata, durante le quali non ha mai potuto alzarsi dal letto, Vonn è rientrata negli Stati Uniti -8. Prima di partire, però, ha voluto lasciare un segno tangibile della sua gratitudine, pubblicando un video intimo e toccante in cui infermieri e familiari la aiutano a lavarsi i capelli tra le risate e la sorella Karin glieli intreccia con cura -6. "Un enorme ringraziamento a tutti in Italia per essersi presi cura di me", ha scritto, "non mi alzo in piedi da più di una settimana, sono stata in un letto d'ospedale immobile dopo la gara" -4-8.

Sullo sfondo di queste due storie americane, che si allontanano e si ricongiungono ideologicamente nel segno della resilienza, le atlete italiane chiudono con un tredicesimo posto in slalom che sa di amaro e di dolce allo stesso tempo. Lara Della Mea e Martina Peterlini sono finite appaiate in classifica, a tre secondi e tre centesimi dalla vetta, un risultato che per loro, in una stagione complicata da infortuni e ricostruzioni, vale quasi come una piccola vittoria personale -3-10. Peterlini, in particolare, ha parlato di una crescita interiore, di una reazione arrivata nella seconda manche che le fa ben sperare per il futuro, pur consapevole della distanza siderale che ancora la separa da mostri sacri come Federica Brignone e Sofia Goggia, che su queste stesse nevi hanno illuminato il medagliere azzurro -10.

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