Petrolio, scambi sospetti per 1,7 miliardi prima del crollo: il DoJ indaga sull’ombra lunga dell’insider trading
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Redazione Economia
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L’ultimo ribasso del prezzo del greggio, quello che ha caratterizzato le contrattazioni di ieri, porta con sé un retrogusto già fin troppo noto agli inquirenti federali. Nelle prime ore del 6 maggio, circa settanta minuti prima che il sito Axios diffondesse una notizia destinata a far vacillare le quotazioni – quella di una presunta intesa in 14 punti tra Washington e Teheran – venivano aperte posizioni di vendita allo scoperto sul petrolio greggio per un valore nominale di circa 920 milioni di dollari. Il meccanismo, nella sua spietata semplicità, ha funzionato ancora una volta: il prezzo è crollato alla luce delle speranze di una riapertura dello Stretto di Hormuz, fruttando agli speculatori un guadagno immediato di circa 125 milioni di dollari. Poco dopo, la replica di Teheran – che ha smentito l’accordo e annunciato una nuova Autorità per la gestione del canale – ha rispedito le quotazioni verso l’alto, chiudendo il cerchio di una volatilità che pare disegnata a tavolino.
Il Dipartimento di Giustizia (DoJ), stando a quanto riferito da Abc news, avrebbe messo gli occhi su un giro complessivo di operazioni che supera i 2,6 miliardi di dollari, concentrandosi su almeno quattro episodi distinti verificatisi dall’inizio del conflitto. Non si tratta, evidentemente, di movimenti impulsivi. L’analisi della serie storica restituisce l’immagine di una ricorrenza statistica impossibile da liquidare come una semplice coincidenza: il 23 marzo, appena quindici minuti prima che Donald Trump annunciasse una pausa negli attacchi alle infrastrutture iraniane, sono stati scambiati 6.200 contratti future per un valore di 580 milioni; il 7 aprile, con un timing analogo, la scommessa ribassista ha preceduto di poche ore l’annuncio di un cessate il fuoco temporaneo; il 17 aprile, la notizia della riapertura dello Stretto diffusa dal ministro iraniano è stata anticipata da operazioni per 760 milioni.
Il “Trump market” e la fine delle regole
A Wall Street, questo ecosistema fatto di annunci a orologeria e operazioni da balena solitaria ha ormai un nome proprio: lo chiamano il “Trump market”. La definizione, circolata tra gli operatori, descrive un ambiente finanziario imprevedibile, spregiudicato e, per chi possiede le informazioni giuste, estremamente redditizio. La sovrapposizione – mai così accentuata nella storia americana – tra il calendario delle dichiarazioni pubbliche della Casa Bianca e i picchi di volume sui derivati energetici ha reso il confine tra comunicazione istituzionale e manipolazione del mercato sempre più labile. E non è solo una questione di petrolio. Lo stesso schema, del resto, era emerso con forza nell’aprile del 2025, quando Trump annunciò prima dazi e poi una sospensione degli stessi: in quella circostanza, l’invito a comprare azioni lanciato su Truth Social (“questo è un grande momento per comprare”) era arrivato poche ore prima di una impennata storica degli indici, facendo lievitare in modo sospetto anche il titolo della sua stessa azienda.
Chi indaga deve destreggiarsi tra prove circostanziali e silenzi. La Commodity Futures Trading Commission (Cftc) e il DoJ stanno scandagliando i flussi, ma la difficoltà tecnica di dimostrare in tribunale l’esistenza di una “fonte fiduciaria” che ha trasferito l’informazione resta elevatissima. Tuttavia, a differenza dei reati finanziari tradizionali – dove il profitto si basa su bilanci aziendali – in questi casi l’insider sfrutta dinamiche di geopolitica e di sicurezza nazionale. L’economista Paul Krugman, nel suo intervento più recente, ha utilizzato una definizione pesante: non si tratterebbe semplicemente di abuso di mercato, ma di una pratica che scivola verso il tradimento, pochi gradini al di sotto della vendita di segreti di Stato a potenze straniere.
L’anomalia degli orari e i danni collaterali sull’economia reale
Ciò che rende unici questi episodi non è solo l’entità delle somme in gioco, ma la chirurgia dei tempismi. Le transizioni sospette avvengono in orari in cui la liquidità è tradizionalmente bassa – come le 6:50 del mattino ora di New York – e coinvolgono concentrazioni anomale di contratti che si spostano come un unico blocco. È come se qualcuno nella stanza dei bottoni avesse accesso al meteo finanziario prima che il temporale sia visibile all’orizzonte. E se arricchirsi con questa anticipazione costituisce di per sé un illecito, le conseguenze ricadono pesantemente sull’economia reale, ben oltre la speculazione fine a se stessa.
Il mercato dei future sul petrolio, va ricordato, non è nato come un casinò. La sua funzione primaria è l’hedging: una compagnia aerea blocca il prezzo del kerosene per i mesi successivi, un produttore si assicura un margine di vendita. Ma quando nel sistema si infiltrano giocatori che sanno che il prezzo crollerà tra un’ora perché il presidente sta per twittare una tregua, la funzione protettiva viene meno. L’operatore ignaro – l’acquirente reale – paga un premio di rischio falsato, venendo di fatto “preso in giro” da chi siede a un tavolo più alto. A lungo termine, la conseguenza è una perdita di fiducia generalizzata, che riduce la capacità del mercato di assorbire i rischi veri e che danneggia chiunque, dalle aziende energetiche ai consumatori finali.
Conflitti d’interesse e l’eredità di un sistema di potere
La radice strutturale di queste dinamiche affonda in un conflitto di interesse che negli Stati Uniti non si vedeva dai tempi dei magnati dell’Ottocento. Il problema, già emerso durante il primo mandato di Trump, era allora legato alla presenza di un imprenditore alla Casa Bianca: i suoi affari – che spaziano dagli hotel ai campi da golf, dall’immobiliare ai resort – costituivano un potenziale vaso di Pandora per ogni decisione esecutiva. Oggi, con Trump tornato alla presidenza da oltre un anno, il fenomeno sembra essersi aggravato, allargandosi a una cerchia di donatori e fedelissimi che muovono i pezzi sulla scacchiera senza più timore di ritorsioni.
Le cronache ricordano l’inchiesta del Guardian sui miliardari dei combustibili fossili: alcuni co-presidenti di società di Gnl, dopo colloqui con alti funzionari dell’amministrazione, avevano acquistato azioni per quasi 12 milioni di dollari ciascuno, ottenendo poi le licenze strategiche necessarie per espandersi in Europa. Casi come questi, uniti ai movimenti sul greggio di queste settimane, disegnano il profilo di una nuova economia predatoria, in cui il successo non dipende più da quello che si sa, ma da chi si conosce. E in cui, come ha scritto Krugman, la corruzione dilaga al punto da far scivolare un paese verso dinamiche tipiche degli Stati del terzo mondo.




