Trump all’attacco di Zelensky: “Deve concludere un accordo, Putin è pronto”
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha nuovamente alzato i toni nei confronti di Volodymyr Zelensky, accusando il leader ucraino di essere l’ostacolo principale alla fine del conflitto con la Russia. In un’intervista rilasciata a Politico, e ripresa dalle principali agenzie internazionali, Trump ha espresso tutta la sua impazienza per una situazione di stallo che, a suo dire, non può più protrarsi. “Zelensky deve darsi da fare e concludere un accordo”, ha dichiarato il tycoon, rincarando la dose con un’analisi spietata della posizione negoziale di Kiev: “Non hai le carte in mano, e ora ne hai anche meno di prima”. Dall’alto della sua esperienza e con la sua consueta schiettezza, il presidente americano ha dipinto un quadro in cui la responsabilità della prosecuzione delle ostilità ricadrebbe unicamente sulla parte ucraina, ignorando sostanzialmente le complessità del quadro bellico.
Il Cremlino e la nuova spinta diplomatica di Washington
A fronte della durezza mostrata verso Zelensky, Trump ha invece tratteggiato un profilo molto più disponibile del leader del Cremlino. “Io penso che Putin sia pronto a raggiungere un accordo”, ha affermato nel corso della stessa intervista, suggellando una percezione che negli ambienti diplomatici americani inizia a farsi strada. Questa posizione, che di fatto ribalta la narrativa fin qui sostenuta dagli alleati europei, arriva in un momento di intensa attività sotterranea. Non è un caso, del resto, che il segretario al Tesoro Scott Bessent stia valutando mosse significative sul fronte energetico: secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l’amministrazione Trump starebbe considerando di chiedere alla Cina di ridurre i propri acquisti di petrolio dalla Russia, colpendo così uno dei principali serbatoi finanziari di Mosca per favorire una maggiore flessibilità negoziale. Una manovra, questa, che mostrerebbe come la pressione su Putin si giochi su più tavoli, anche se pubblicamente il presidente americano preferisce puntare il dito contro Kiev.
Il caso di Budapest e l’ombra di Orban
Sul fronte diplomatico, intanto, si addensa un’altra nube, destinata ad avvelenare ulteriormente i rapporti tra l’Ucraina e un membro chiave della Nato. Il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiga, ha lanciato un’accusa gravissima contro l’Ungheria, parlando apertamente di ostaggi. Secondo quanto ricostruito, sette dipendenti della banca statale ucraina Oschadbank sarebbero stati fermati a Budapest mentre, a bordo di due furgoni, trasportavano denaro contante dall’Austria all’Ucraina. “Le ragioni rimangono sconosciute, così come il loro attuale stato di salute”, ha scritto Sybiga su X, chiedendo un rilascio immediato e definendo l’operato ungherese come una vera e propria presa di ostaggi. Una vicenda, quella dei sette bancari e del denaro sequestrato, che si inserisce in un contesto già teso: Budapest, da tempo, blocca fondi europei destinati a Kiev e mantiene una linea di dialogo aperta con Mosca, alimentando un nervosismo crescente.
L’asse economico e le crepe nell’alleanza
La mossa di Bessent, finalizzata a convincere Pechino a dirottare le proprie forniture energetiche verso gli Stati Uniti, rappresenta un tassello di una strategia più ampia. L’obiettivo, nemmeno troppo velato, è duplice: da un lato si cerca di soffocare economicamente la macchina da guerra russa, riducendone le entrate; dall’altro si tenta di aprire nuovi spazi per le esportazioni americane di gas e petrolio. In questo scenario complesso, la dura reprimenda di Trump a Zelensky suona come un avvertimento: senza concessioni e senza una spinta decisa verso un negoziato, l’Ucraina rischia di ritrovarsi sempre più isolata, anche di fronte a chi, come gli Stati Uniti, è stato finora il suo principale sostenitore. L’impasse ungherese, con i sette cittadini ucraini bloccati a Budapest, non fa che complicare un quadro già di per sé estremamente volatile, mostrando le crepe profonde che attraversano il fronte occidentale a quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala.




