Diabolik, sette arresti per l'omicidio Piscitelli: "Ecco i mandanti"
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Redazione Interno
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A sette anni dal colpo alla nuca che ha posto fine all'esistenza di Fabrizio Piscitelli, il capo storico degli ultrà della Lazio conosciuto come Diabolik, il cerchio attorno alla regia dell'omicidio si è chiuso.
I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e gli agenti della Squadra Mobile, su delega della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura capitolina, hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di sette persone, gravemente indiziate a vario titolo di omicidio aggravato con metodo mafioso, estorsione con armi da guerra, tentato omicidio e associazione finalizzata al narcotraffico. Il provvedimento, emesso dal gip del Tribunale di Roma, è il risultato dell'operazione denominata "Roma Diabolika", coordinata dal pm Francesco Cascini.
Il ruolo di Michele Senese e Leandro Bennato
Al centro dell'inchiesta, secondo l'impianto accusatorio ricostruito dalla Dda, torna un nome noto della criminalità romana, quello di Michele Senese, storico capo dell'omonimo clan di Afragola trapiantato nella Capitale. Per gli inquirenti, il boss avrebbe ricoperto il ruolo di mandante apicale, fornendo l'assenso preventivo determinante per l'uccisione di Piscitelli.
La vittima, stando a quanto emerso dalle indagini, si era resa autonoma nel traffico di stupefacenti insieme a Fabrizio Fabietti, rifiutando di corrispondere la quota dovuta sui profitti delle sue attività illecite e versando somme ritenute irrisorie, quantificate tra i 2.000 e i 3.000 euro mensili a fronte di ingenti quantitativi di droga commercializzati. L'azione punitiva sarebbe dunque servita a riaffermare il potere del clan su un affiliato considerato ormai fuori controllo.
Accanto a Senese, gli investigatori collocano Leandro Bennato, indicato nell'ordinanza come mandante e organizzatore. Secondo la ricostruzione della Procura, Bennato era al vertice di un gruppo criminale capace di estendere la propria influenza attraverso Roma, dalla periferia sud-est di Tor Bella Monaca fino all'area nord-occidentale della Capitale, nelle zone di Casalotti e Primavalle.
Piscitelli sarebbe stato considerato un concorrente scomodo soprattutto nel mercato della cocaina: l'obiettivo attribuito a Bennato era quello di estrometterlo dalla partita per conquistare una posizione dominante, in particolare nella zona della Tuscolana.
Non si sarebbe trattato soltanto di una condivisione della decisione di eliminare il rivale, ma di una partecipazione attiva alla preparazione dell'agguato, con sopralluoghi preliminari nella zona del Parco degli Acquedotti e un ruolo di supporto diretto il giorno stesso dell'omicidio, quando avrebbe scortato a bordo di uno scooter rubato il presunto esecutore materiale, Raul Esteban Calderon, fino al punto in cui avrebbe dovuto entrare in azione.
Il gancio e la trappola al Parco degli Acquedotti
Un terzo tassello della ricostruzione riguarda Alessandro Capriotti, noto broker di cocaina soprannominato "il Fornaro" o "il Miliardero", indicato come gancio e co-mandante. Sarebbe stato proprio Capriotti a fissare l'appuntamento fatale del 7 agosto 2019, attirando Piscitelli presso la panchina del parco di via Lemonia alle ore 19:00, nel raggio d'azione del sicario già travestito da runner e appostato nell'area.
Il contrasto tra Capriotti e il gruppo capeggiato dalla vittima affonderebbe le radici in due distinte truffe commesse nell'acquisto di carichi di cocaina da fornitori albanesi: la prima nel 2016, relativa a 14 chili di droga per un valore indicato in circa 420.000 euro, la seconda nel 2018, per un carico di 10 chili. Piscitelli, storicamente vicino ad alcuni broker albanesi, sarebbe intervenuto nella vicenda per recuperare con la forza un debito quantificato dagli investigatori in circa 300.000 euro.
La tensione sarebbe culminata il 23 febbraio 2019, quando davanti alla villa di Capriotti a Rocca di Papa furono esplosi quattro colpi con un fucile d'assalto AK-47. A premere il grilletto, secondo l'accusa, sarebbero stati gli albanesi Arindi Boci ed Enea Carka, su mandato dello stesso Piscitelli, mentre all'interno dell'abitazione si trovava anche la figlia minorenne di Capriotti.
L'episodio avrebbe rappresentato il punto di rottura definitivo: Capriotti avrebbe cercato protezione rivolgendosi a Giuseppe Molisso, consegnandogli in cambio orologi di lusso, e avrebbe quindi maturato la decisione di eliminare il proprio rivale. Molisso, insieme allo stesso Senese e agli altri due uomini indicati come promotori dell'omicidio, è destinatario di gravi indizi di reità, pur non essendo stato raggiunto dalla misura cautelare.
Gli altri arrestati e il quadro delle accuse
Oltre a Senese, Bennato e Capriotti, in carcere sono finiti anche il boss albanese Elvis Demce, Emanuele Vargiu, Arindi Boci e Matteo Costacurta, quest'ultimo conosciuto negli ambienti romani come "il Principe" o "San Pietro". Sei delle sette misure sono state eseguite in carcere.
Per Costacurta, rampollo della cosiddetta Roma bene e amico fraterno della vittima, la posizione è legata a un'ipotesi investigativa che lo vedrebbe coinvolto nel tentato omicidio di Giuseppe Molisso e dello stesso Bennato, entrambi sospettati di aver avuto un ruolo nell'uccisione di Piscitelli: un regolamento di conti che, secondo gli inquirenti, avrebbe radici profonde nel sottobosco criminale della Capitale.
Il "Principe", che secondo i magistrati "delinque non per bisogno, ma per passione", stava scontando una condanna definitiva per il tentato omicidio di Alessio Marzani, avvenuto il 22 ottobre 2020 ad Acilia, dopo un periodo di riabilitazione trascorso in una clinica privata a sue spese.
Il quadro indiziario ricostruito dagli investigatori si fonda su intercettazioni ambientali e telefoniche e sull'analisi di chat criptate, elementi che hanno portato il gip a qualificare l'omicidio come azione con metodo mafioso, finalizzata ad agevolare il clan Senese, egemone nell'area in cui il delitto è stato consumato. Per il giudice, l'accordo criminoso integrato tra diverse compagini delinquenziali operanti a Roma era volto a tutelare i rispettivi interessi nel lucroso mercato del narcotraffico.
L'omicidio, eseguito in pieno giorno, avrebbe generato nel territorio un diffuso clima di assoggettamento e omertà, palesato dalla reticenza dei testimoni oculari e dei sodali più stretti della vittima. Nei confronti degli indagati e degli arrestati vale la presunzione d'innocenza fino a eventuale condanna definitiva.
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