Strage di Altavilla, il procuratore Cavallo: "In 30 anni mai vista tanta crudeltà"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   "Sono molto soddisfatto, per come si può esserlo di fronte a una tragedia del genere. Il lavoro della procura è stato eccellente". Parola del procuratore di Termini Imerese, Angelo Cavallo, che ha commentato così la sentenza che ha chiuso il processo di primo grado per la strage di Altavilla Milicia.

La prima sezione della corte d'assise di Palermo, presieduta dal giudice Vincenzo Terranova, ha inflitto la pena massima, l'ergastolo, a tutti e tre gli imputati: il muratore Giovanni Barreca, la sua ex compagna Sabrina Fina e Massimo Carandente, i due "santoni" noti anche come "fratelli di Dio".

Una condanna oltre le richieste dell'accusa

La decisione del tribunale si discosta da quanto richiesto dalla Procura, che aveva chiesto 30 anni di reclusione per Barreca, ritenuto semi-infermo di mente dai consulenti dell'accusa, e l'ergastolo per i suoi due complici. La corte ha invece giudicato tutti e tre pienamente capaci di intendere e di volere al momento dei fatti, motivando la condanna all'ergastolo per il triplice omicidio aggravato dalla tortura.

"Per Giovanni Barreca noi avevamo chiesto trent'anni di carcere, ci siamo attenuti prudenzialmente alle conclusioni dei nostri consulenti – ha spiegato Cavallo – però ovviamente rispettiamo nel modo più assoluto le determinazioni del collegio". Per i tre condannati scatta anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, la decadenza dalla responsabilità genitoriale e l'isolamento diurno per tre anni.

La ricostruzione dell'orrore nella villetta di Altavilla

I fatti risalgono all'11 febbraio 2024, quando i carabinieri intervennero nella villetta di Altavilla Milicia, un paese costiero a trenta chilometri da Palermo, dopo la telefonata dello stesso Barreca, che si era autoaccusato: "Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi". I militari trovarono i corpi senza vita di Antonella Salamone, 41 anni, moglie del muratore, e dei figli Kevin, 16 anni, ed Emanuel, di appena 5 anni.

La donna fu uccisa per prima, dopo essere stata seviziata per un'intera giornata nella cucina della casa; il suo corpo venne poi bruciato e sepolto sotto un cumulo di terra nel giardino. I due bambini furono strangolati con delle catene, come confermato dalle autopsie eseguite dai periti dell'istituto di medicina legale del Policlinico di Palermo.

"In 30 anni mai vista tanta crudeltà"

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il movente della strage va ricercato in un folle rito di "liberazione dal demonio", maturato in un contesto di fanatismo religioso. Barreca, ossessionato dalla figura del diavolo, aveva frequentato per mesi una chiesa evangelica, dove aveva conosciuto Fina e Carandente. I tre erano convinti che la moglie e il figlio più piccolo fossero posseduti e li sottoposero per giorni a violenze e preghiere all'interno della villetta.

"In 30 anni di anzianità in magistratura ho visto, purtroppo, mio malgrado, tanti episodi, tante morti violente – ha dichiarato il procuratore Cavallo – però una vicenda dai contorni così drammatici, ma anche paradossali, proprio assurdi, non mi era mai capitata". Determinante per la ricostruzione dei fatti è stata la testimonianza di Miriam Barreca, all'epoca diciassettenne e unica sopravvissuta al massacro, che ha raccontato nei dettagli le torture subite dalla madre e dai fratelli.

La ragazza, processata separatamente dal tribunale dei minori, era stata condannata in primo grado a 12 anni e 8 mesi per la sua partecipazione alla strage, ma è stata poi assolta in appello perché dichiarata incapace di intendere e di volere.

Le conseguenze e il futuro delle indagini

Il procuratore Cavallo ha inoltre sottolineato l'aspetto più agghiacciante emerso dalle intercettazioni, che ha colpito lui stesso e il pm Manfredi Lanza, che ha seguito l'indagine sin dall'inizio.

"Il bambino di sei anni era stato segregato per più giorni in una stanza, sottoposto a interrogatori rituali, e oltre a tutta una serie di pressioni psicologiche, era anche stato tenuto recluso senza neanche poter bere e mangiare", ha raccontato il magistrato, citando i messaggi in cui il fratello sedicenne chiedeva se si potesse dare al piccolo un succo di frutta, ricevendo un netto rifiuto dalla coppia. "Non una serie di violenze maturate nell'arco di un'ora, due ore, che già è folle e assurdo, ma una violenza ripetuta per più giorni. arrivando anche a privare un bambino di sei anni del cibo e dell'acqua". La corte d'assise ha inoltre disposto il risarcimento ai familiari delle vittime, quantificato in un milione di euro a titolo di provvisionale immediatamente esecutiva. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro i termini di legge.

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