Strage di Altavilla, condanna all'ergastolo per Giovanni Barreca e i “fratelli di Dio”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d'assise di Palermo, presieduta dal giudice Vincenzo Terranova, ha chiuso il capitolo processuale di primo grado su una delle vicende di cronaca nera che hanno maggiormente scosso la Sicilia negli ultimi anni. Dopo una camera di consiglio che si è protratta per oltre dieci ore, è stata inflitta la pena del carcere a vita per Giovanni Barreca, il muratore 56enne di Altavilla Milicia, e per i suoi due complici, Sabrina Fina e Massimo Carandente, conosciuti come i “fratelli di Dio”.

La sentenza, che accoglie pienamente l'impianto accusatorio della Procura di Termini Imerese, ha determinato l'ergastolo per il triplice omicidio di Antonella Salamone, moglie di Barreca, e dei figli Kevin, di 16 anni, ed Emanuel, di appena 5 anni, uccisi tra l'8 e il 9 febbraio del 2024 all'interno della loro villetta in contrada Granatelli.

La telefonata alla centrale dei carabinieri e il ritrovamento dei corpi

Fu lo stesso Giovanni Barreca a mettere in moto i soccorsi e, contestualmente, la macchina investigativa. Quella mattina dell'11 febbraio, il muratore compose il numero dei carabinieri pronunciando parole che hanno segnato l'inizio della scoperta dell'orrore: "Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi".

Raggiunta la villetta di Altavilla Milicia, i militari si sono trovati davanti a una scena raccapricciante: all'interno dell'abitazione giacevano i corpi senza vita dei due ragazzini, mentre la figlia maggiore, Miriam, allora diciassettenne, è stata trovata in stato di choc in una delle stanze.

Il cadavere di Antonella Salamone, invece, è stato rinvenuto solo in un secondo momento, nascosto sotto un cumulo di terra nelle vicinanze della casa e parzialmente carbonizzato nel disperato tentativo degli assassini di occultarne il corpo per sottrarlo alle indagini.

Il rito di “liberazione dal demonio” e le torture

Attraverso le indagini e le testimonianze, è emerso il contesto agghiacciante in cui è maturata la strage. Barreca, animato da un fanatismo religioso e da un'ossessione per il demonio, aveva incontrato Sabrina Fina e Massimo Carandente nell'ambiente della chiesa evangelica che frequentava. I tre, convinti che la moglie e il figlio minore di Barreca fossero posseduti da presenze demoniache, li hanno sottoposti a giorni di violenze e torture, alternando preghiere a sevizie fisiche nel folle tentativo di esorcizzarli.

La dinamica degli omicidi è stata ricostruita grazie alle dichiarazioni della figlia Miriam, ascoltata separatamente in un procedimento minorile. La ragazza ha raccontato le torture inflitte alla madre con oggetti come una padella e un asciugacapelli a temperatura massima, spiegando che Antonella Salamone sarebbe morta il 9 febbraio a causa di un infarto causato dalle sevizie. Le autopsie hanno poi confermato le violenze subite, accertando che i due figli, Kevin ed Emanuel, sono stati strangolati con delle catene.

L'aggravamento della richiesta dell'accusa e le reazioni in aula

La decisione della Corte d'assise ha rappresentato un aggravamento rispetto alle richieste formulate dal pubblico ministero. Il rappresentante della Procura, infatti, aveva sollecitato l'ergastolo per i due "fratelli di Dio", Sabrina Fina e Massimo Carandente, mentre per Giovanni Barreca aveva proposto una condanna a 30 anni, ritenendolo affetto da un parziale vizio di mente e quindi seminfermo.

I giudici hanno tuttavia rigettato questa ipotesi, riconoscendo la piena capacità di intendere e di volere di tutti e tre gli imputati al momento dei fatti e infliggendo a ciascuno la pena massima, con l'aggravante dei tre anni di isolamento diurno. In aula, Barreca e Carandente hanno ascoltato la lettura del dispositivo con lo sguardo perso e attonito, mentre Sabrina Fina è rimasta seduta con gli occhi bassi, accompagnata dal silenzio dei parenti e degli avvocati.

Sono state inoltre disposte provvisionali per oltre un milione di euro in favore dei familiari delle vittime.

La posizione di Miriam Barreca e il contesto di isolamento

Nell'ambito di questa vicenda giudiziaria, la figlia maggiore di Giovanni Barreca, Miriam, che all'epoca dei fatti aveva 17 anni e che era rimasta coinvolta nella strage, è stata sottoposta a un percorso processuale separato presso il Tribunale per i minorenni. In primo grado, la ragazza era stata condannata a 12 anni e 8 mesi di reclusione per i reati di omicidio e occultamento di cadavere.

Tuttavia, la sentenza è stata ribaltata in appello, dove i giudici hanno accolto la tesi della difesa, dichiarando Miriam Barreca non imputabile perché ritenuta "temporaneamente incapace di intendere e di volere". I magistrati hanno riconosciuto che la giovane non era in grado di autodeterminarsi a causa del clima di isolamento e di pressione psicologica instaurato all'interno della villetta dal padre e dai due complici.

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