Omicidio a Pulsano dopo 13 anni, due arresti per l’agguato all’imprenditore Marangia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono trascorsi tredici anni da quella sera d’ottobre, quando Martino Marangia, imprenditore edile cinquantenne, venne raggiunto da almeno dieci colpi di pistola mentre rientrava a casa in contrada Rotondelle, alla periferia di Pulsano. Un’esecuzione rimasta a lungo senza risposte, un cold case che gli inquirenti non avevano mai archiviato del tutto nonostante il muro di omertà e la difficoltà di trovare moventi chiari in un contesto, quello del Tarantino, storicamente segnato da logiche criminali radicate. La notte scorsa, i carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Taranto hanno dato una svolta decisiva alla vicenda, eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare – emessa dal Gip del Tribunale di Lecce su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia – che ha portato in carcere due uomini di 57 anni, entrambi già noti alle forze dell’ordine.

Il presunto mandante e l’esecutore materiale in manette

Le accuse, formulate al termine di indagini coordinate dalla Dda di Lecce e dalla procura di Taranto, sono di una gravità esemplare: omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso e detenzione illegale di arma da fuoco. I destinatari del provvedimento sono Anselmo Venere, originario di Pulsano, e Cosimo Campo, di San Giorgio Ionico. Secondo la ricostruzione degli investigatori, che hanno potuto contare su nuove intercettazioni e sulle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia emerse negli ultimi mesi, i ruoli dei due sarebbero netti e distinti. Venere è indicato come il presunto mandante, colui che avrebbe ordinato il delitto per lavare un’onta subita; Campo, invece, sarebbe il braccio armato, l’esecutore materiale che quella sera fece fuoco sull’auto della vittima. Curiosamente, uno dei due – Venere – si trovava già dietro le sbarre per un’altra inchiesta su presunte attività estorsive nel versante orientale della provincia, un dettaglio che conferma come l’operazione di ieri sia il risultato di un lavoro investigativo capillare e stratificato nel tempo.

Il movente: una presa di potere e un’umiliazione da vendicare

Ma cosa scatenò tanta violenza? Per comprendere l’agguato, occorre tornare indietro al 2010, ben tre anni prima del sangue. Gli inquirenti hanno ricostruito un crescendo di tensione legato a dissidi nell’ambito di lavori edili: pare che Venere avesse affidato dei lavori a Marangia, ma i rapporti degenerarono rapidamente. L’episodio scatenante, tuttavia, non fu un semplice ritardo nella consegna di un cantiere, bensì uno scontro diretto. Secondo quanto emerso, Venere organizzò una spedizione punitiva nei confronti dell’imprenditore, ma Marangia reagì, riuscendo a disarmarlo e a ferirlo in maniera piuttosto grave, tanto da costringerlo al ricovero ospedaliero. In quel contesto criminale, fatto di leggi non scritte e gerarchie di prossimità, una sconfitta del genere – subita per giunta per mano di un imprenditore e non di un avversario altrettanto armato – rappresentò una perdita di faccia intollerabile. Una ferita nell’orgoglio, per certi versi, più profonda di quella fisica, che richiedeva una riparazione violenta per ristabilire l’autorità perduta.

Un agguato studiato e l’ombra della criminalità organizzata

L’omicidio, così, venne pianificato con cura maniacale. Non fu un gesto d’ira, ma un’esecuzione pensata per lanciare un messaggio preciso. Campo, il presunto sicario, avrebbe aspettato Marangia nel buio della contrada Rotondelle, crivellandolo di colpi calibro 9x21 mentre l’uomo era alla guida della sua auto o intento ad aprire il cancello di casa. La compagna della vittima, presente sulla scena, fu risparmiata: la donna non venne nemmeno sfiorata, un dettaglio che, se da un lato conferma la natura mirata dell’agguato, dall’altro sottolinea la spietata lucidità degli esecutori. La qualifica di “metodo mafioso” contestata ai due arrestati non è dunque un’aggiunta formale: essa calza perfettamente con una logica di sopraffazione che usa l’omicidio come strumento di intimidazione e di affermazione territoriale. Per oltre dieci anni, i nomi di Venere e Campo sono rimasti sospesi nell’aria, sussurrati tra la gente ma mai portati in aula. Oggi, quelle voci hanno trovato un riscontro giudiziario che spezza l’impunità e restituisce, se non la pace, almeno un principio di verità processuale alla famiglia di Martino Marangia.

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