Pulsano, quattro arresti per estorsioni con il metodo mafioso
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Redazione Interno
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Le fiamme che divoravano nottetempo i capannoni, precedute o seguite da telefonate minacciose, costituivano il linguaggio più eloquente per una serie di imprenditori del tarantino. Un messaggio chiaro e tremendo, che non ammetteva repliche e che i carabinieri, dopo un lungo lavoro investigativo, attribuiscono ora a un presunto sodalizio legato al clan Venere di Pulsano. L'operazione, battezzata "Argan", ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal gip del tribunale di Lecce su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di quattro persone, mentre il totale degli indagati si eleva a undici. Gli arrestati, trasferiti nelle case circondariali di Taranto, Bari e Lecce, sono il 54enne Anselmo Venere, indicato come il vertice dell’organizzazione, insieme ad altri tre compresi tra i 34 e i 69 anni di età.
Il meccanismo della violenza e degli incendi dolosi
La ricostruzione degli investigatori dipinge un sistema criminale che, per imporre la propria volontà, non si limitava alle semplici minacce verbali. Gli episodi di incendio doloso, come quelli accertati dalle indagini, rappresentavano il culmine di una strategia di pressione volta a piegare la resistenza delle vittime designate. Un modus operandi, questo, che secondo l’accusa si avvaleva anche di armi da fuoco e che si è protratto nel tempo con una violenza inaudita, tanto da giustificare l’applicazione dell’aggravante del cosiddetto metodo mafioso nelle contestazioni. Alcuni di loro, stando a quanto intercettato, si riferivano al presunto capobastone con l’appellativo di "uomo d’onore", un termine che, al di là del folklore, delinea una struttura gerarchica e un codice di condotta tipico dei gruppi organizzati.
Le indagini tra pizzini e coordinamento tra procure
L’inchiesta, che ha visto un'azione congiunta tra la Procura di Taranto e la Procura Distrettuale Antimafia di Lecce, ha svelato un reticolo di comunicazioni persino dal carcere, dove alcuni dei sospettati si trovavano per precedenti vicende giudiziarie. L’uso di "pizzini", i biglietti spesso cifrati per impartire ordini o trasmettere informazioni, confermerebbe la natura organizzata del gruppo e la sua capacità di mantenere attive le fila del comando nonostante le restrizioni detentive. Le perquisizioni, effettuate nelle prime ore del 18 dicembre scorso nelle province di Taranto e Lecce con il concorso di reparti specializzati dei carabinieri, hanno permesso di raccogliere ulteriori elementi a sostegno delle accuse, che spaziano dall’estorsione aggravata all’intralcio alla giustizia.
Un quadro repressivo che si consolida
L’operazione si inserisce in un contesto di contrasto al fenomeno estorsivo nel tarantino, un territorio storicamente segnato dalla presenza di organizzazioni criminali che tentano di soffocare l’economia legale. La capacità di reagire e denunciare da parte degli imprenditori, seppur in un clima di paura, unita al lavoro degli investigatori, ha permesso di smantellare, almeno in questa occasione, un circuito di illegalità particolarmente aggressivo. Le forze dell’ordine, senza rilasciare dichiarazioni di trionfo ma limitandosi a esporre i fatti accertati, hanno evidenziato come la raccolta di prove meticolosa abbia permesso di ricostruire la catena degli eventi criminosi, dando alla magistratura gli strumenti per emettere i provvedimenti restrittivi.




