Il nuovo museo egizio riaccende la disputa sulla stele di Rosetta
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Redazione Esteri
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L’apertura del Grand Egyptian Museum, un colosso da un miliardo di dollari che si staglia maestoso di fronte all’altopiano di Giza, non segna soltanto l’inaugurazione di quello che viene presentato come il più vasto spazio espositivo monografico al mondo, ma riporta alla ribalta, con rinnovato vigore, antiche rivendicazioni su un patrimonio culturale asportato in epoca coloniale. L’affluenza di visitatori, che ha superato da subito ogni più rosea aspettativa costringendo a una sospensione temporanea delle prenotazioni, dimostra l’interesse planetario per una civiltà i cui tesori, molti dei quali finalmente esposti nella loro completezza, continuano a esercitare un fascino irresistibile. Tra le migliaia di manufatti che trovano una casa all’avanguardia, spicca per la prima volta l’intera, sfolgorante collezione recuperata dalla tomba di Tutankhamon, con i suoi cinquemila pezzi che includono, tra gli altri, carri dorati, gioielli di inestimabile valore e l’iconica maschera funeraria.
Il vuoto di un simbolo
Proprio mentre i turisti accorrono per ammirare questi reperti, rimasti per decenni in gran parte confinati nei magazzini, l’assenza di un altro oggetto, fisicamente lontano ma idealmente presente, si fa sentire con particolare forza. La Stele di Rosetta, il frammento di granodiorite che, con il suo testo trilingue, fornì la chiave per decifrare i geroglifici, rimane infatti uno dei pezzi più celebri della collezione del British Museum di Londra, dove è custodita dal 1802. La sua storia, che la vide scoperta dalle truppe francesi durante la campagna d’Egitto per poi essere ceduta agli inglesi come bottino di guerra, ne fa l’emblema di una controversia mai sopita, quella riguardante i manufatti trafugati nel corso di campagne militari e dominazioni straniere, i quali, nonostante il passare dei secoli, conservano intatto il loro profondo significato politico e identitario per le nazioni di origine.
Una questione di legittimità
La solenne cerimonia di apertura del museo, tenutasi alla presenza di capi di Stato e personalità di rango, ha offerto una piattaforma ideale per riaffermare le richieste di restituzione, basate su un principio di legittimità storica e culturale che contesta la permanenza di tali reperti in istituzioni straniere. La stele, in particolare, rappresenta un caso paradigmatico: sottratta in un’epoca di conflitti e di egemonia coloniale, la sua acquisizione da parte del British Museum è oggi messa in discussione alla luce di una rinnovata sensibilità etica e di un differente approccio alla conservazione e alla fruizione del patrimonio universale. Se ne discute molto, anche per via del suo ruolo scientifico fondamentale, avendo permesso di svelare i misteri della scrittura egizia, un’impresa intellettuale che, per quanto straordinaria, non cancella le circostanze del suo trasferimento.
Il museo come dichiarazione
La stessa esistenza del Grand Egyptian Museum, con le sue tecnologie all’avanguardia e i suoi spazi in grado di ospitare circa cinquantamila reperti, costituisce di per sé una risposta a coloro i quali, in passato, giustificavano la detenzione di tali opere in musei europei con la presunta incapacità dei Paesi d’origine di garantirne una conservazione adeguata e una valorizzazione su scala globale. L’Egitto, mostrando di possedere ora una struttura in grado di rivaleggiare con i maggiori istituti museali del mondo, smantella sistematicamente questo argomento, offrendo una cornice degna anche per quei pezzi che ancora mancano all’appello. La questione, che va ben oltre il singolo oggetto, tocca il cuore di un dibattito internazionale sulla proprietà culturale e sulla riconciliazione con un passato di appropriazione, un dibattito che l’apertura di questo nuovo, straordinario museo non può che alimentare.




