State of Play, il doppio evento di settembre tra luci e ombre: tutti gli annunci
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Redazione Scienza e Tecnologia
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C’è un problema di fondo, se ci fermiamo a riflettere, con il format dello State of Play. Quello che una volta rappresentava l’appuntamento clou per gli appassionati PlayStation, capace di generare aspettative e discussioni per giorni, si è trasformato in una sorta di contenitore dagli esiti altalenanti, dove la sorpresa positiva è diventata l’eccezione piuttosto che la regola.
Eppure, nel tentativo forse di rispondere a queste critiche o semplicemente di sperimentare una nuova via, Sony ha scelto per questo settembre 2026 una formula inedita e, per certi versi, rischiosa: due State of Play consecutivi, affiancati da un focus monografico dedicato a un titolo di punta, per un totale di oltre trenta annunci. Una strategia che ha diviso il pubblico, alimentando il dibattito sull’efficacia di questi eventi e sul loro reale valore per i giocatori e per l’industria.
La formula del doppio appuntamento: una scommessa vinta?
L’operazione messa in campo da Sony per questo inizio di settembre è stata chiara fin dall’inizio: non uno, ma ben due State of Play, trasmessi uno dopo l’altro, per coprire un ventaglio di proposte il più ampio possibile. Il primo evento, quello più tradizionale, era pensato per un pubblico generalista e ha sfilato una serie di titoli che spaziavano dai grandi blockbuster tripla A a produzioni indipendenti di nicchia, cercando di accontentare un po’ tutti.
Il secondo, invece, ha virato decisamente verso il mercato giapponese e asiatico, con annunci e trailer di giochi provenienti da studi orientali, un segmento spesso cruciale per il successo di PlayStation in quelle regioni. A completare il quadro, un segmento monografico interamente dedicato a Final Fantasy VII Revelation, terzo capitolo della trilogia remake di Square Enix, che ha avuto uno spazio tutto suo per mostrare nuovi dettagli e approfondimenti sul gameplay.
Una scelta che dimostra quanto Sony tenga a questo titolo, ma che ha anche contribuito a rendere la giornata particolarmente densa di contenuti, forse fin troppo per essere digerita in un colpo solo.
Tra annunci tripla A e produzioni indipendenti: la lista completa
La mole di informazioni diffuse durante queste ore è stata notevole e, come spesso accade in questi casi, la qualità e l’interesse suscitato dai vari titoli sono stati piuttosto disomogenei. Da un lato, ci sono stati gli annunci di peso, quelli che fanno davvero la differenza e che giustificano l’attenzione mediatica, come nuovi trailer di gameplay per titoli molto attesi o le tanto sospirate date di lancio.
Dall’altro, non sono mancate le presentazioni di giochi minori, o comunque di produzioni che difficilmente entreranno nel cuore del grande pubblico, riempiendo lo spazio ma contribuendo a quella sensazione di “riempitivo” che spesso viene rimproverata a questi eventi. Tra i titoli mostrati nel primo State of Play, quello più generalista, spiccavano alcune produzioni occidentali di grosso calibro, insieme a diverse sorprese provenienti dal panorama indie.
Il secondo evento, invece, ha regalato giochi e annunci provenienti principalmente da studi giapponesi, con un’estetica e uno stile di gioco che hanno fatto la fortuna di PlayStation nel corso degli anni. Non è mancato nemmeno un lungometraggio cinematografico, un’incursione che allarga ulteriormente i confini di ciò che può essere mostrato durante un evento dedicato ai videogiochi.
Un format da ripensare per il futuro?
Al di là della lista dei giochi presentati, che ognuno valuterà in base ai propri gusti e alle proprie aspettative, resta aperta una questione più ampia e forse più importante: lo State of Play, così com’è concepito oggi, funziona ancora? La decisione di Sony di organizzare due eventi separati, quasi come un tentativo di arginare le critiche e offrire un menu più variegato, è un’ammissione implicita che il format tradizionale potrebbe avere i giorni contati.
L’impressione è che ci si trovi di fronte a un bivio: da un lato, si può continuare su questa strada, con eventi sempre più lunghi e pieni di annunci, rischiando però di diluire l’impatto e l’emozione dei singoli annunci; dall’altro, si potrebbe tornare a una formula più selettiva e mirata, magari con eventi più brevi ma concentrati solo su pochi titoli di grande richiamo, capaci di fare davvero la differenza.
La strada del doppio appuntamento, con la separazione tra mercato occidentale e orientale, è una via di mezzo che ha il pregio di provare a dare spazio a tutto, ma che forse finisce per non soddisfare appieno nessuno, lasciando gli appassionati con l’amaro in bocca per le occasioni mancate e gli annunci minori che spesso appesantiscono la visione. La vera domanda, per Sony, è se valga la pena di inseguire una completezza totale, a costo di sacrificare la forza e la riconoscibilità del brand, o se sia più saggio tornare a scommettere su pochi, grandi cavalli vincenti.
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