State of Play, il doppio evento di settembre tra luci e ombre: cosa ha funzionato e cosa no

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il mese di settembre si è aperto con una raffica di annunci targati Sony, che ha scelto di articolare la propria strategia comunicativa in due distinti State of Play, affiancati da un segmento monografico interamente dedicato a Final Fantasy VII Revelation, l'attesissimo terzo capitolo della trilogia remake del classico Square Enix.

Un'abbuffata di contenuti che, sulla carta, avrebbe dovuto entusiasmare la platea dei giocatori, ma che ha finito per sollevare più di un dubbio sull'efficacia di un format che, a tratti, sembra aver perso quella carica sorprendente che lo contraddistingueva in passato.

Se da un lato la volontà di Sony è quella di coprire un ventaglio di generi e provenienze geografiche il più ampio possibile, dall'altro l'operazione rischia di tradursi in una sequenza frammentaria di trailer e teaser, dove l'effetto sorpresa viene spesso sacrificato sull'altare della quantità, e dove il pubblico fatica a orientarsi tra titoli minori e produzioni di respiro internazionale.

Numeri in calo e un confronto impietoso con il passato

Uno degli aspetti che ha maggiormente alimentato il dibattito tra gli appassionati e gli addetti ai lavori riguarda i dati di ascolto, che per l'ultimo State of Play si sono attestati su un totale di 2,9 milioni di visualizzazioni, un traguardo che, seppur rispettabile, rappresenta un netto arretramento rispetto ai picchi raggiunti in occasione dell'evento dello scorso giugno.

In quella circostanza, la diretta aveva superato complessivamente i 5,1 milioni di visualizzazioni, con un flusso di spettatori che si era concentrato nelle ore immediatamente successive alla messa in onda, alimentando un passaparola che aveva trasformato la presentazione in uno degli appuntamenti più seguiti dell'anno.

Quel risultato, va ricordato, era valso all'evento il secondo posto nella classifica storica dei livestream PlayStation più visti di sempre, scalzato soltanto dalla monumentale presentazione di PS5 avvenuta nel 2020, quando il contesto della pandemia aveva spinto milioni di utenti a cercare rifugio nella diretta streaming, trasformandola in un vero e proprio evento mediatico globale.

Il confronto con quei numeri, per quanto difficile, è inevitabile, e il dato dei 2,9 milioni di spettatori dell'ultima edizione assume così i contorni di un campanello d'allarme, o quantomeno di un segnale che induce a riflettere sul gradimento effettivo di un prodotto che, evidentemente, non riesce più a catalizzare l'attenzione come un tempo.

La strategia del doppio evento: generalista e giapponese a confronto

Per cercare di rinnovare l'interesse e intercettare segmenti di pubblico diversi, Sony ha optato per una soluzione inedita, suddividendo le presentazioni in due eventi consecutivi, spesso definiti "back to back", con una chiara distinzione di intenti: il primo, dal taglio più marcatamente generalista, pensato per accontentare il grande pubblico occidentale con titoli action e avventure graficamente sbalorditive; il secondo, invece, interamente focalizzato sulle produzioni giapponesi e asiatiche, un settore che negli ultimi anni ha goduto di una rinnovata popolarità grazie a franchise storici e

A nuove proprietà intellettuali capaci di conquistare anche l'utenza occidentale.

La scelta, per quanto strategica, presenta tuttavia il rischio di disperdere l'attenzione, costringendo lo spettatore a seguire due appuntamenti distinti per non perdersi alcuna novità, con il risultato paradossale che l'enorme quantità di titoli mostrati, una vera e propria "caterva" come l'hanno definita molti osservatori, finisce per appiattire il valore di ciascun annuncio, rendendo difficile distinguere il grano dal loglio in una sequenza talvolta stancante di trailer, date di uscita e demo giocabili messe a disposizione dal day one.

La presenza del segmento monografico su Final Fantasy VII Revelation, che rappresenta indubbiamente il fiore all'occhiello di questa tornata di annunci, ha contribuito a ribadire l'importanza del mercato nipponico per le sorti dell'ecosistema PlayStation, ma ha anche sottolineato come l'azienda giapponese fatichi a trovare un equilibrio tra l'esigenza di stupire con titoli di punta e quella di dare spazio a una miriade di produzioni minori che, pur arricchendo il catalogo, difficilmente riescono a generare un impatto mediatico paragonabile a quello dei grandi esclusivi.

L'effetto sorpresa si è esaurito: il pubblico cerca emozioni forti

Quel che emerge con chiarezza dalla doppia tranche di annunci di settembre è una sensazione di stanchezza, un déjà-vu che accompagna lo spettatore dall'inizio alla fine della diretta, quasi che la formula dello State of Play si sia cristallizzata in uno schema ripetitivo dal quale è difficile evadere.

La promessa di mostrare il futuro del videogioco, di svelare in anteprima mondiale i titoli che segneranno i prossimi mesi, si scontra con una realtà fatta di remake, remastered e sequel annunciati con un tempismo che spesso toglie il fiato alla sorpresa, relegando l'innovazione a un ruolo marginale.

I numeri in calo rispetto a giugno sono un termometro che non mente: dopo gli ottimi risultati ottenuti nella prima metà dell'anno, l'ultimo State of Play ha riportato la trasmissione su valori decisamente più bassi, come a dimostrare che l'appeal mediatico dell'evento è direttamente proporzionale alla caratura dei titoli presentati e, soprattutto, alla capacità di generare quella scintilla di autentico stupore che trasforma una diretta streaming in un momento imperdibile per la comunità videoludica.

Se a giugno i giocatori avevano potuto assaporare l'emozione di annunci inaspettati e di ritorni tanto attesi, a settembre ci si è trovati davanti a una carrellata di titoli che, pur nella loro indiscutibile qualità tecnica, hanno faticato a lasciare il segno, alimentando la polemica su un format che forse andrebbe ripensato nelle sue fondamenta, magari riducendo il numero degli eventi annuali per concentrare gli sforzi su presentazioni più corpose e meno frammentate.

L'incognita del futuro: tra quantità e qualità comunicativa

Resta da chiedersi, insomma, se questo sia davvero il miglior modo per celebrare l'ecosistema PlayStation o se, invece, non sia giunto il momento di operare una drastica sterzata, restituendo allo State of Play quella dimensione di evento imperdibile che sembra essersi affievolita con il passare del tempo.

La scelta di dividere la presentazione in due tronconi, se da un lato risponde all'esigenza di non trascurare nessuna fetta di mercato, dall'altro rischia di moltiplicare la delusione per chi si aspetta un colpo di scena e si ritrova invece a dover assistere a una sequenza di annunci minori, intervallati da interviste e approfondimenti che, per quanto curati, non riescono a compensare la mancanza di un vero e proprio "momento wow".

Il successo di giugno, del resto, aveva dimostrato che il pubblico è ancora assetato di novità e che la risposta in termini di visualizzazioni è direttamente proporzionale alla portata delle notizie rivelate; ma quella stessa risposta, quando i contenuti non sono all'altezza delle aspettative, si trasforma in un disinteresse quasi fisiologico, una sorta di rigetto nei confronti di un prodotto che promette molto e mantiene poco.

Che si tratti di una fase di assestamento, di un anno di transizione in cui le grandi esclusive sono ancora in cantiere, o di una vera e propria crisi di identità del format, è presto per dirlo; quel che è certo è che gli utenti, abituati a essere stupiti da annunci bomba e da ritorni clamorosi, mostrano sempre meno pazienza verso presentazioni che, alla resa dei conti, finiscono per assomigliare a un lungo trailerone pubblicitario privo di quella scintilla capace di accendere l'entusiasmo.

I prossimi appuntamenti saranno probabilmente decisivi per capire se Sony intenderà percorrere la strada della continuità, magari affinando la selezione dei titoli e riducendo il numero di eventi per aumentarne la qualità, o se invece si lascerà trascinare dalla necessità di riempire il calendario con appuntamenti sempre più fitti, a scapito della capacità di sorprendere realmente il proprio pubblico.

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