Influenza, quasi undici milioni di italiani a letto ma il picco sembra arretrare regione per regione
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Redazione Salute
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La sesta settimana del 2026, quella che corre dal 2 all’8 febbraio, consegna un quadro epidemiologico in chiaroscuro per quanto riguarda la diffusione delle sindromi influenzali e para-influenzali nella penisola. Il conteggio complessivo degli italiani messi a letto dai virus respiratori, da quando la rete di sorveglianza RespiVirNet ha avviato il monitoraggio stagionale, sfiora ormai quota undici milioni — per la precisione 10,9 milioni — con un’incidenza che, pur restando elevata in termini assoluti, mostra finalmente un segno meno dopo settimane di crescita ininterrotta -5. Nello specifico, l’indice medio dei contagi si è attestato a 9,7 casi ogni mille assistiti, in calo rispetto al 10,1 della settimana precedente, un dato che suggerisce come la curva stia lentamente piegandosi, sebbene con dinamiche territoriali tutt’altro che uniformi -5.
Sono circa 524mila i nuovi casi stimati nell’arco di quei sette giorni, un numero che, pur mantenendo alta la pressione sugli ambulatori dei medici di famiglia e dei pediatri di libera scelta, conferma il trend discendente avviato nelle settimane centrali di gennaio -5. Le proiezioni per l’intera stagione, va ricordato, parlano di un target complessivo di 16 milioni di persone colpite, e tra questi una quota consistente — quasi due milioni — potrebbe riguardare la popolazione pediatrica fino a quattordici anni, storicamente la più esposta a questo genere di infezioni -2. Tuttavia, anche nella fascia zero-quattro anni, quella che solitamente funge da termometro della circolazione virale, l’incidenza ha registrato una flessione, passando da 40 a 38 casi per mille assistiti, un segnale che la fase più acuta dell’ondata potrebbe essere stata superata -5.
Guardando alla geografia del contagio, emergono differenze sostanziali tra le varie regioni, con alcune che hanno già archiviato il peggio e altre che invece si trovano ancora in una fase di moderata intensità epidemica. La Liguria, ad esempio, continua a distinguersi come l’area più virtuosa del Paese, con un tasso di incidenza sceso ormai a livelli basali, seguito a ruota dalla Sardegna -5. All’opposto, Puglia, Basilicata, Campania, Marche e Valle d’Aosta si collocano ancora nella fascia di intensità media, registrando una circolazione virale più sostenuta rispetto alla media nazionale -5. Proprio la Valle d’Aosta, del resto, aveva fatto segnare nelle settimane precedenti un picco stagionale particolarmente anticipato, con un’incidenza arrivata a toccare i 17,2 punti e una crescita repentina di 7,6 punti in sette giorni, un dato che evidenzia quanto l’andamento epidemico possa variare non solo da regione a regione ma addirittura tra province confinanti.
Virus sotto la lente, dai bambini agli anziani tra sindromi respiratorie e disturbi gastrointestinali
La diminuzione dei contagi influenzali in senso stretto, quella causata cioè dai virus influenzali di tipo A e B, non deve tuttavia far abbassare la guardia su altre infezioni respiratorie acute che continuano a circolare con intensità. Il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità evidenzia come, accanto all’influenza classica, persistano una serie di patogeni, tra cui il virus respiratorio sinciziale, i rhinovirus e altri coronavirus diversi dal Sars-CoV-2, che contribuiscono a mantenere elevato il carico complessivo di malattia sulla popolazione -5. Nei flussi ospedalieri, ad esempio, la positività per questi virus resta significativa, e tra le forme gravi di infezione respiratoria che richiedono il ricovero, il sottotipo A H1N1 pdm09 sta guadagnando terreno, superando in alcuni contesti la variante H3N2 che aveva dominato le fasi iniziali della stagione -7.
Parallelamente alla diffusione dei virus respiratori, i medici di famiglia e i pediatri segnalano un incremento dei casi di infezioni gastrointestinali di origine virale, con sintomi quali vomito e diarrea che colpiscono in particolare bambini e adolescenti -5. Questo fenomeno, tipico delle stagioni influenzali più intense e prolungate, aggiunge un ulteriore livello di complessità alla gestione dei pazienti sul territorio, perché spesso le famiglie si trovano a dover gestire contemporaneamente diversi quadri clinici all’interno dello stesso nucleo. L’attenzione, dunque, si concentra sulla necessità di distinguere correttamente le diverse sintomatologie per evitare terapie inadeguate, come l’uso improprio di antibiotici, del tutto inefficaci contro i virus e potenzialmente dannosi per il microbiota intestinale.
Il quadro nazionale e il confronto con le settimane precedenti
Se si allarga lo sguardo all’intera stagione, i numeri parlano di un’ondata influenzale tra le più significative degli ultimi anni, sia per ampiezza che per durata. Nelle settimane precedenti, il picco massimo era stato toccato intorno alla fine di dicembre, con un’incidenza che aveva superato i 17 casi per mille assistiti, per poi iniziare una lenta discesa a gennaio -1. La quinta settimana del 2026, ad esempio, aveva fatto registrare un’incidenza del 10,1 per mille, confermando il trend discendente che si è mantenuto anche nella sesta, sebbene con una diminuzione meno marcata rispetto alle attese -7. Ciò significa che, nonostante il calo, il numero assoluto di nuovi casi settimanali si mantiene ancora su livelli molto alti, intorno al mezzo milione, e che la cosiddetta “coda” dell’epidemia rischia di protrarsi per diverse settimane ancora, probabilmente fino alla primavera inoltrata.
In questo contesto, alcune regioni come la Toscana hanno già superato la fase critica, registrando un’incidenza inferiore alla media nazionale e un numero di nuovi casi in costante diminuzione -6. Altre aree, invece, continuano a scontare una maggiore circolazione virale, complice anche la presenza sul territorio di ceppi particolarmente aggressivi o di una copertura vaccinale non ottimale. La Campania, ad esempio, era stata più volte segnalata nei bollettini precedenti come una delle regioni con l’incidenza più alta, toccando punte di oltre 20 casi per mille assistiti, e sebbene la situazione stia migliorando, il dato resta ancora sopra la media italiana -2. La stessa dinamica si osserva in Basilicata e in Puglia, dove l’intensità epidemica, pur in calo, si mantiene su valori che richiedono un monitoraggio costante -5.
La circolazione dei patogeni e l’impatto sulle fasce fragili
L’analisi dei campioni raccolti dalla rete dei medici sentinella e dai laboratori ospedalieri offre uno spaccato dettagliato dei virus attualmente in circolazione. Nella comunità, la percentuale di virus influenzali di tipo A H3N2 risulta ancora prevalente rispetto agli H1N1, confermando la predominanza della variante cosiddetta “K” che aveva caratterizzato la fase ascendente dell’epidemia -7. Nei reparti ospedalieri, invece, il rapporto tende a equilibrarsi, con una leggera prevalenza dell’H1N1 pdm09 tra i casi più gravi, quelli che richiedono il ricovero per complicanze respiratorie come polmoniti o bronchiti -8. Questo dato suggerisce che, sebbene l’H3N2 sia più diffuso a livello territoriale, l’H1N1 possa essere responsabile di una quota maggiore di forme severe, soprattutto tra i pazienti anziani o con patologie preesistenti.
Proprio la popolazione fragile, quella over 65 o con malattie croniche, resta il bersaglio più esposto alle conseguenze più serie dell’influenza, nonostante i vaccini e le campagne di sensibilizzazione. I bollettini dell’Iss ricordano come la maggior parte dei casi gravi e complicati riguardi persone che non si sono sottoposte alla vaccinazione antinfluenzale, un dato che, al netto delle inevitabili fluttuazioni annuali nell’efficacia del vaccino, conferma l’importanza della copertura come strumento di prevenzione individuale e collettiva -8. Per i bambini, invece, il rischio principale è rappresentato dalla concomitanza di più infezioni virali, con i piccoli sotto i quattro anni che continuano a registrare i tassi di incidenza più alti, sebbene in lieve calo, e che spesso fungono da veicolo di trasmissione all’interno dei nuclei familiari, infettando genitori e nonni.




