Decreti, conti e migranti: l’altalena del governo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il bizantinismo giuridico nazionale, nonostante una lunga tradizione di complicati pasticci normativi, non aveva ancora raggiunto tali vette di sofisticata contorsione procedurale. Eppure, nella frenetica giornata di ieri, si è consumato un vero e proprio tour de force istituzionale che ha visto la maggioranza prima incassare un voto cruciale e poi correre ai ripari, quasi in contemporanea, per tamponare una falla apertasi proprio sul finire dell’iter parlamentare. La Camera ha dato il via libera alla conversione del cosiddetto "Decreto Sicurezza" alle 12.17, un provvedimento simbolo dell’azione esecutiva che, con poche ore di margine prima della scadenza naturale, rischiava di arenarsi sugli scogli del Colle.

La correzione in tempo reale e la firma di Mattarella

Il nodo che minacciava di far saltare l’intera impalcatura riguardava una norma – inserita in extremis durante l’esame al Senato – che legava il compenso per gli avvocati all’effettiva riuscita del rimpatrio volontario del migrante assistito. Una previsione, questa, che aveva sollevato più di una perplessità nel mondo forense e, soprattutto, nei consiglieri giuridici del Quirinale, i quali hanno a lungo valutato il rischio di incostituzionalità. Per evitare il "veto" presidenziale, il governo ha così imbastito una strategia parallela: mentre l’aula di Montecitorio blindava il testo originale per rispettare i termini di conversione, a pochi passi di distanza, a Palazzo Chigi, si riuniva un Consiglio dei ministri lampo. Alle 12.48, infatti, l’esecutivo ha approvato un decreto correttivo ad hoc, modificando la norma incriminata: il compenso – come si legge nelle pieghe della nota tecnica – verrà erogato a prescindere dall’esito finale del procedimento di allontanamento, sterilizzando di fatto il meccanismo perverso che subordinava l’onorario al risultato.

Le conseguenze sulla sicurezza e le nuove misure

L’operazione, descritta dalla presidente del Consiglio come un semplice "atto dovuto" per recepire osservazioni tecniche, non è però riuscita a nascondere la fragilità del metodo legislativo adottato. "Massima stabilità" è il mantra che l’esecutivo ripete da mesi, ma nel settore della giustizia e della repressione dei reati – forse il più delicato del patto sociale – l’impressione è quella di una continua rincorsa alle emergenze. Basandosi esclusivamente sui contenuti del testo convertito, la nuova disciplina introduce fattispecie di reato più severe e amplia le maglie della prevenzione. Si parla di pene più elevate per il porto abusivo di armi o strumenti da taglio – una stretta che segue a ruota le polemiche legate alla criminalità giovanile – e di misure che incidono sulla disciplina dei cortei, dove il fermo preventivo diventa uno strumento più incisivo nelle mani delle forze dell’ordine.

I riflessi sull’immigrazione e il bilancio

Nonostante la marcia indietro sugli incentivi agli avvocati – una correzione che Mattarella ha potuto prendere atto firmando infine il testo principale intorno alle 17 – il perno ideologico del decreto rimane solido. La linea tracciata dal governo prevede un'accelerazione delle procedure di espulsione e una gestione più rigida dei flussi, pur se quella parte specifica delle norme è stata "ricalibrata" per evitare di trasformare i legali in meri cacciatori di taglie, come aveva ironicamente osservato qualche critico. Tuttavia, il balletto dei decreti lascia spazio ad alcune ambiguità di carattere finanziario. Se la volontà politica è quella di premiare chi collabora al rimpatrio – che si tratti dell’immigrato o del suo difensore – la copertura economica delle nuove misure resta un rebus contabile, alimentato dalle perplessità iniziali espresse dal ministero dell’Economia sulla sostenibilità del meccanismo originario.

Il valore della norma e le ripercussioni giudiziarie

Se l’obiettivo dichiarato è quello di "difendere le divise" e potenziare la sicurezza urbana, l’effetto concreto registrato nelle aule parlamentari è stato quello di una maggioranza costretta a inseguire i propri stessi emendamenti. Come sottolineato da più parti, la soluzione del "decreto correttivo" ha permesso di salvare la faccia ed evitare una crisi istituzionale che avrebbe segnato il rapporto con il Quirinale, ma ha messo in luce un modus operandi che alcuni giuristi definiscono già "bulimico": si inseriscono norme provocative, si scatena la polemica e infine si cambia tutto all’ultimo secondo. Nel frattempo, i termini stringenti della conversione hanno impedito un dibattito approfondito su altri aspetti controversi del provvedimento, lasciando sul tavolo interrogativi irrisolti su come verranno gestiti, a partire da oggi, i centri di permanenza per i rimpatri e le lungaggini burocratiche che spesso rendono inefficaci le espulsioni.

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