La luce di Fatima Hassouna e il grido silenzioso di Gaza
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
di Marco Olivieri
MESSINA – Fatima Hassouna, che con la macchina fotografica aveva fissato l’orrore di Gaza, non vedrà mai il suo documentario proiettato a Cannes. La sua voce, quella che chiedeva una "morte rumorosa" se mai fosse toccato a lei, si è spenta insieme a quella di undici familiari, travolti da un attacco israeliano. Aveva 25 anni, un sorriso che le immagini restituiscono vivido, e una storia che ora diventa simbolo di una strage senza fine.
Mentre in gran parte del mondo si celebrava la Pasqua, a Gaza il tempo sembra essersi fermato. L’ultimo scatto di Fatima, un tramonto, non ha lasciato spazio a un’alba. Sepideh Farsi, regista iraniana esiliata a Parigi, la descrive con parole che evocano luce: «Era luminosa, solare». Proprio Farsi, che l’aveva scelta come protagonista del documentario Put Your Soul on Your Hand and Walk, ricorda come la casa di Fatima fosse lontana dalle milizie di Hamas. «L’esercito israeliano l’ha uccisa senza pietà», aggiunge, mentre il film che le avrebbe aperto le porte di Cannes diventa un testamento involontario.
Quella di Fatima non è una vicenda isolata. Da mesi documentava la vita – e la morte – sotto le bombe, convinta che la sua arte potesse essere un grido. «Se muoio, voglio che il mondo lo sappia», ripeteva. E il mondo, ora, lo sa. Ma sa anche che, prima di lei, undici dei suoi familiari erano già stati uccisi nel 2024. «Non credevo che un’intera famiglia potesse scomparire così», aveva confessato. Eppure, accade. Ogni giorno.




