Bibbiano, cinque anni dopo: la verità giudiziaria e le ferite di un paese
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Redazione Interno
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«Altro che demoni!». Stefano Davoli, davanti all’unico bar aperto sulla strada principale di Bibbiano, lo dice in dialetto reggiano stretto, ma il concetto è chiaro. Quell’inchiesta, ribattezzata “Angeli e Demoni”, che cinque anni fa trasformò il paese in un simbolo di presunti abusi sui minori, oggi mostra crepe profonde. La Cassazione ha chiuso il caso, assolvendo gli imputati, e a Bibbiano – dove molti ancora ricordano le telecamere che riprendevano ogni movimento – qualcuno sussurra: «Gli orchi non abitavano qui».
La storia, che aveva scosso l’opinione pubblica, nacque da una serie di indagini su affidi ritenuti irregolari nella Val d’Enza. Psicologi, assistenti sociali e amministratori locali finirono sotto accusa, descritti come una rete di potere pronta a strappare bambini alle famiglie. Ma i processi, uno dopo l’altro, hanno smontato gran parte delle tesi iniziali. «Decisioni discutibili, non criminali», è stato ripetuto in aula. Eppure, per anni, il paese è rimasto schiacciato sotto il peso di un’etichetta che pochi, ora, hanno il coraggio di riconoscere come ingiusta.
Non è mancato chi, all’epoca, cavalcò l’onda emotiva. Giorgia Meloni, allora all’opposizione, fece apporre un manifesto vicino al cartello d’ingresso del paese, lungo una strada di campagna. «Siamo stati i primi ad arrivare, saremo gli ultimi ad andarcene!», recitava. Oggi quel testo è quasi illeggibile, coperto dai rami e dal tempo, come se la natura stessa avesse deciso di cancellare una pagina scomoda.
Intanto, la sinistra – che all’epoca subì l’attacco più duro – chiede conto di quelle accuse. «Parlateci voi di Bibbiano», scrivevano sui loro slogan i critici più accesi. Ora, dopo le assoluzioni, c’è chi invoca scuse pubbliche. Ma la politica, divisa tra centrosinistra e centrodestra, sembra incapace di voltare pagina. Intanto, per gli abitanti, ciò che resta è la consapevolezza di aver vissuto un incubo collettivo, in cui il giudizio mediatico ha preceduto – e in qualche modo distorto – quello della magistratura.




