Addio a Fabrizio Plessi, l’installazione di Rovigo ricorda l’alluvione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Fabrizio Plessi è morto a 86 anni e a Rovigo resta l’installazione dedicata alla memoria dell’alluvione del 1951, un’opera che aveva trasformato il rapporto tra acqua, territorio e immagini in una grande esperienza di videoarte. L’artista aveva costruito un ambiente formato da un alveo di ferro nero, due argini percorribili e una lunga sequenza di monitor attraverso cui una corrente d’acqua sembrava muoversi sul fondo senza scorrere realmente. Prima si poteva percepire il suono dell’acqua, poi, camminando sulle passerelle, diventava visibile dentro uno spazio sospeso tra memoria e tecnologia.

L’installazione di Rovigo raccontava il Polesine attraverso la paura dei suoi fiumi e la vita quotidiana di chi abita vicino agli argini, trasformando un evento storico come l’alluvione del 1951 in una narrazione fatta di materia e immagini digitali. L’opera mostrava come il linguaggio della videoarte potesse collegare il paesaggio reale alla dimensione elettronica, mantenendo al centro il tema della memoria. Nel lavoro di Plessi l’acqua non era soltanto un elemento naturale, ma diventava una presenza visiva capace di evocare energia, movimento e il rapporto tra uomo e ambiente.

La carriera di Fabrizio Plessi e il legame con Venezia

Fabrizio Plessi è stato un pioniere della videoarte e uno degli artisti più riconoscibili nel campo delle videoinstallazioni. Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940, si era trasferito adolescente a Venezia per seguire la propria passione artistica, costruendo con la città un legame umano e creativo profondo. Aveva studiato al Liceo artistico e all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove successivamente sarebbe diventato titolare della cattedra di pittura, continuando a sviluppare una ricerca incentrata sulle immagini in movimento e sulla sperimentazione.

Nel suo percorso Plessi aveva continuato a esplorare il rapporto tra materiali, tecnologia e immaginazione, diventando un riferimento per le videoinstallazioni contemporanee. La sua ricerca nasceva dall’incontro tra elementi concreti e strumenti digitali, con l’obiettivo di creare opere capaci di coinvolgere lo spettatore attraverso sensazioni e visioni. La sua idea del digitale era legata anche a una dimensione più ampia: Plessi sosteneva che il digitale potesse essere spirituale, superando la sola associazione con la tecnologia materiale e aprendosi a nuove possibilità espressive.

L’ultima eredità artistica e la memoria delle sue opere

La scomparsa di Fabrizio Plessi lascia il ricordo di un artista che ha continuato a sperimentare fino alla fine, lavorando sulle possibilità offerte dalle immagini, dalla luce e dal movimento. La sua visione era legata alla convinzione che, dopo aver avuto grandi idee, la mente non potesse tornare a pensare in piccolo. Le sue opere hanno cercato di mantenere aperto lo spazio della fantasia, del pensiero libero e della ricerca attraverso una combinazione originale di arte e tecnologia.

L’installazione dedicata al Polesine rappresenta uno dei lavori che raccontano il modo in cui Plessi trasformava eventi, luoghi e memorie collettive in immagini contemporanee. L’alveo nero, gli argini percorribili e la corrente digitale sui monitor componevano un ambiente in cui il passato dell’alluvione incontrava una forma artistica costruita attraverso il video. Dopo la morte dell’artista a Venezia, questa opera rimane legata alla sua ricerca sulle immagini in movimento e alla sua capacità di trasformare l’acqua, la materia e il ricordo in un’esperienza visiva.

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