L’assistente di Matthew Perry condannato a tre anni e cinque mesi per la dose letale di ketamina
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Redazione Esteri
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La vicenda giudiziaria legata alla morte di Matthew Perry, l’indimenticato Chandler Bing di “Friends”, trovato senza vita il 28 ottobre 2023 nella vasca idromassaggio della sua villa di Pacific Palisades, a Los Angeles, ha raggiunto il suo epilogo. A quasi tre anni di distanza, il tribunale federale di Los Angeles ha pronunciato l’ultima sentenza, chiudendo un’inchiesta che ha coinvolto una rete di medici, intermediari e trafficanti.
Kenneth Iwamasa, l’assistente personale dell’attore, che lo conosceva dal 1992 ed era diventato suo assistente convivente nel 2022, è stato condannato a 41 mesi di carcere federale, equivalenti a tre anni e cinque mesi, per aver procurato e iniettato la ketamina che ha causato l’overdose fatale. La giudice Sherilyn Peace Garnett, che ha presieduto l’udienza, ha inoltre stabilito per l’uomo, oggi sessantenne, due anni di libertà vigilata e una multa di diecimila dollari.
La ricostruzione dell’accusa e il ruolo di Iwamasa
Secondo quanto ricostruito dai procuratori federali, e ampiamente documentato durante il processo, Iwamasa non si è limitato a facilitare l’accesso dello star alla sostanza, ma è stato un attore centrale e consapevole nella sua discesa. L’accusa ha sostenuto, con prove schiaccianti, che l’assistente fosse ben informato della lunga e documentata battaglia di Perry contro la dipendenza, nonché dei rischi specifici legati all’autosomministrazione di ketamina, un potente anestetico con proprietà allucinogene, di cui era stato messo in guardia persino da alcuni medici.
Iwamasa, che percepiva uno stipendio di centocinquantamila dollari l’anno, ha ammesso di aver iniettato all’attore decine di dosi nelle ultime settimane di vita, fino a tre il giorno stesso della morte, agendo spesso senza alcuna formazione medica. In una comunicazione con gli intermediari, l’assistente aveva persino vantato di aver “trovato il punto giusto” per le iniezioni, mentre la dipendenza del suo datore di lavoro si aggravava giorno dopo giorno.
La difesa, la richiesta di clemenza e l’accusa di distruzione di prove
A fronte del quadro delineato dall’accusa, la difesa di Iwamasa aveva tentato una strategia improntata alla sottomissione psicologica, chiedendo una pena più lieve di soli sei mesi di carcere da scontare insieme ad altri sei mesi di arresti domiciliari. Il suo legale, Alan Eisner, aveva sostenuto che l’assistente avesse agito esclusivamente seguendo le indicazioni pressanti dell’attore, temendo di perdere il lavoro – e con esso la propria intera esistenza dedicata a servirlo – in caso di rifiuto.
Tuttavia, la giudice Garnett ha seccamente respinto questa tesi, sottolineando in aula come Iwamasa avrebbe potuto opporre un rifiuto, e definendo il suo comportamento “irresponsabile”, non solo nell’epilogo tragico ma anche nei giorni precedenti. La posizione dell’uomo si è ulteriormente aggravata quando i pubblici ministeri hanno rivelato, in documenti depositati in tribunale, che subito dopo la morte dell’attore, Iwamasa si sarebbe attivato per ripulire la scena.
Secondo l’accusa, avrebbe ordinato a una terza persona di distruggere fiale e siringhe, avrebbe fatto a pezzi documenti cartacei – tra cui un appunto che indicava il medico come fornitore – e avrebbe cancellato dati digitali e cambiato le password dei dispositivi di Perry, nel tentativo di ostacolare le indagini.
Lo strazio della famiglia e la conclusione del caso
L’udienza per la determinazione della pena si è rivelata particolarmente tesa e carica di dolore, con la madre di Perry, Suzanne Morrison, e il patrigno, Keith Morrison, presenti in tribunale per rendere vibranti dichiarazioni d’impatto sulla vittima. “Fidavamo di Kenny. il suo compito più importante era essere il compagno e il difensore di mio figlio nella sua lotta contro la dipendenza”, si legge nella lettera della madre letta in aula, dove lo accusa di aver tradito quella fiducia, trasformandosi da guardiano a fornitore, un uomo senza coscienza per il quale suo figlio ha pagato il prezzo. Il patrigno, rivolgendosi direttamente all’imputato, lo ha ricordato: “Facevi parte della famiglia. Avresti potuto chiamare qualcuno, invece hai continuato a iniettargli la droga”.
Di fronte a queste parole, Iwamasa, visibilmente scosso, ha chiesto scusa alla famiglia, ammettendo di aver commesso atti illegali che si porterà “nella tomba” e offrendo le sue condoglianze. Con questa sentenza, che si aggiunge ai quindici anni inflitti alla trafficante soprannominata “Ketamine Queen”, ai due anni e mezzo per il medico, e agli otto mesi di domiciliari per l’altro medico coinvolto, si chiude ufficialmente il capitolo giudiziario della morte della star.




