Il 'cane sciolto' e l’arsenale di un 25 aprile romano
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Redazione Interno
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La Festa della Liberazione, come spesso accade quando le tensioni sociali si mescolano a rivendicazioni identitarie, aveva lasciato il segno anche nella Capitale. E se due anni fa la piazza era stata teatro di accese contrapposizioni verbali e qualche scaramuccia, quest’anno l’escalation è stata segnata dal suono sordo di una pistola softair. A finire nel mirino della Digos è stato Eitan Bondì, un ventunenne residente nella zona di viale Marconi, che secondo le indagini non era un volto nuovo per gli investigatori: monitorato già da almeno un biennio, era un militante convinto, sempre presente nelle manifestazioni a sostegno di Israele, quella stessa presenza che non temeva lo scontro diretto nelle piazze contese agli antifascisti.
Quando gli agenti hanno varcato la soglia della sua abitazione, non hanno trovato solo il giovane. L’ispezione ha rivelato un deposito bellico casalingo che ha subito aggravato la sua posizione. Non si trattava di un semplice oggetto da collezione: c’erano una mitraglietta, un fucile da cecchino, un fucile a pompa, quattro pistole (due automatiche e due revolver) e mille proiettili. A questi si aggiungevano diversi coltelli, armi softair e vessilli. Un arsenale, quello trovato nella sua camera, che secondo la difesa sarebbe stato legalmente detenuto per uso sportivo, ma che gli inquirenti hanno ovviamente sequestrato per far luce sull’effettiva pericolosità del soggetto.
L’agguato di parco Schuster e l’arma scomparsa
L’episodio che ha fatto scattare le manette risale al pomeriggio del 25 aprile, quando nei pressi di parco Schuster – dove si tenevano le celebrazioni per la Liberazione – due iscritti all’Anpi, Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, sono stati feriti da pallini di plastica. A incastrare Bondì sono state le telecamere di videosorveglianza, che hanno catturato l’attimo preciso dell’aggressione: un’azione fulminea di tredici secondi, compiuta in sella a uno scooter bianco. Un dettaglio banale, come la busta di un’azienda di consegne a domicilio che il ragazzo aveva con sé – visto che lavorava come rider – ha permesso agli investigatori di ricostruire il percorso e risalire alla sua identità.
Appena fermato, Bondì ha confessato, ma ha subito cercato di ridimensionare la portata del gesto. Dichiarando agli agenti di aver agito per motivi politici e di appartenere alla Brigata Ebraica, ha poi tentato di smontare l’accusa di tentato omicidio che pendeva su di lui. «Se avessi voluto uccidere, avrei portato le armi vere» avrebbe detto, riferendosi all’arsenale lasciato a casa. Quanto all’arma utilizzata, una softair, il giovane ha ammesso di essersene disfatto gettandola in un cassonetto, forse per tentare di depistare le indagini o, come ipotizzato dagli inquirenti, perché quella pistola fosse stata modificata per renderla più letale.
L’udienza in carcere e la svolta ai domiciliari
Condotto nel carcere di Regina Coeli, per Eitan Bondì si è aperta la fase dell’interrogatorio di garanzia. In quest’aula, protetto dai suoi difensori – gli avvocati Cesare Gai e Gianluca Tognozzi – il ventunenne ha tentato una parziale retromarcia rispetto alle prime dichiarazioni spontanee. Davanti al giudice, ha espresso rammarico e vergogna: «Mi assumo la responsabilità di questo gesto deplorevole, mi vergogno di quanto ho fatto», avrebbe dichiarato, aggiungendo di non avere legami con la Brigata Ebraica e che dietro il suo gesto non ci fossero moventi politici o ideologici.
La strategia difensiva, incentrata sull’irrazionalità e l’estemporaneità dell’atto, ha trovato un parziale riscontro nella decisione del giudice. Al termine dell’udienza, tenutasi il primo maggio, la procura ha visto respingere la richiesta di custodia cautelare in carcere per l’accusa più grave. Il gip ha infatti riqualificato il reato: non più duplice tentato omicidio, ma tentate lesioni pluriaggravate, con l’aggravante della premeditazione. Bondì ha così ottenuto gli arresti domiciliari, in attesa che vengano effettuati gli accertamenti tecnici per stabilire la reale potenzialità offensiva della softair, ancora da ritrovare.
L’effetto social e l’omonimia sgradita
Mentre la vicenda giudiziaria seguiva il suo corso, il caso mediatico prendeva una piega surreale, complicata dal meccanismo incontrollato del passaparola digitale. Dopo la diffusione dell’identità del fermato, un altro giovane romano – un praticante avvocato di 28 anni con un passato in Forza Italia – si è trovato sommerso da messaggi e accuse ingiustificate. La ragione? Una quasi perfetta omonimia. Costretto a intervenire pubblicamente sui social, il professionista ha dovuto precisare: «Ci tengo a chiarire subito che non sono io e sono totalmente estraneo ai fatti. Si tratta di un caso di omonimia». Un episodio che aggiunge un ulteriore livello di complessità alla cronaca, dimostrando come la tempesta mediatica segua spesso dinamiche parallele rispetto a quelle processuali, finendo per colpire bersagli sbagliati prima ancora che la giustizia faccia il suo corso.




