Spari al 25 aprile, Bondì ai domiciliari: “Mi vergogno, non ho legami con la Brigata Ebraica”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La detenzione in carcere per Eitan Bondì, il ventunenne fermato per aver sparato con una pistola a pallini – un’arma soft air, va precisato – contro due attivisti dell’Anpi durante le celebrazioni del 25 aprile a Roma, è durata lo spazio di un soffio. Il gip, nel corso dell’interrogatorio di garanzia, ha infatti deciso di non convalidare la misura cautelare in cella, trasformandola invece negli arresti domiciliari. Un passaggio giudiziario che arriva a ridosso di una confessione resa dallo stesso indagato, il quale, davanti al magistrato, ha scelto la via delle dichiarazioni spontanee. “Mi assumo la responsabilità di questo gesto deplorevole”, avrebbe detto, secondo quanto riferito dai difensori Cesare Gai e Gianluca Tognozzi, “mi vergogno di quanto ho fatto. Esprimo solidarietà verso le persone ferite e verso chi si è sentito offeso dal mio gesto”.
La dinamica dei fatti e l’accusa di tentato omicidio
Quello che era partito come un episodio dai contorni ancora confusi – accaduto nei pressi del parco Schuster, a ridosso delle cerimonie per la Liberazione – ha preso forma attraverso le indagini dei carabinieri. Bondì, lo ricordiamo, è accusato di tentato omicidio, non di semplice tentate lesioni: i pallini esplosi dall’arma ad aria compressa hanno raggiunto due esponenti dell’Anpi, colpendoli. Il fatto, che poteva essere archiviato come un episodio di teppismo durante una ricorrenza nazionale, ha invece assunto rilievo penale proprio per la potenziale pericolosità del gesto, per l’approssimazione del bersaglio e per il contesto – una piazza affollata – in cui è avvenuto. L’uscita da Regina Coeli, con il passaggio ai domiciliari, non significa archiviazione, bensì una diversa valutazione delle esigenze cautelari da parte del giudice.
Le parole spontanee: “Nessun movente politico”
Nel corso dell’udienza di convalida, Bondì ha voluto precisare un aspetto che, nei giorni immediatamente successivi allo sparo, aveva alimentato più di una ricostruzione giornalistica. “Non faccio parte di nessun gruppo”, ha dichiarato, “non ci sono moventi politici o ideologici dietro il mio gesto. Non ho nessun legame con la Brigata Ebraica”. Un’affermazione, quest’ultima, che arriva a chiudere – almeno sul piano delle dichiarazioni formali – l’ipotesi di un agito riconducibile a organizzazioni della memoria partigiana ebraica. I suoi legali hanno tenuto a rimarcare come il giovane non sia iscritto ad alcun sodalizio e come la sua condotta vada interpretata, nelle intenzioni difensive, come atto individuale, grave ma privo di retroterra collettivo.
La vergogna e la solidarietà: il peso giudiziario di una confessione
Dal punto di vista processuale, la scelta di parlare davanti al gip – assumendosi la “responsabilità del gesto deplorevole” – rappresenta un elemento che la difesa ha già utilizzato per sostenere la richiesta di misura meno afflittiva. “Mi vergogno”, ha ripetuto Bondì, quasi a sottolineare un’interiorizzazione dell’accaduto che, nelle prossime fasi processuali, potrebbe tradursi in circostanza attenuante generica. Resta il fatto, oggettivo e non ancora giudicato nel merito, che due persone sono state ferite durante un rito civile fondato sulla memoria della Resistenza. L’iter giudiziario è appena all’inizio, e la posizione del ventunenne – ora ai domiciliari – verrà vagliata nei prossimi mesi tra interrogatori, testimonianze e perizie balistiche. Quanto emerso finora, in ogni caso, ha già chiarito un punto: non ci sono trame occulte né sigle paramilitari dietro quei colpi di soft air. Solo, stando alla versione ufficiale, l’atto scellerato di un ragazzo che dice di provarne vergogna.




