Eitan Bondì ai domiciliari: «Mi vergogno», ma la madre è infuriata «Averlo in casa è una gioia relativa»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Davanti al giudice, Eitan Bondì ha scelto il silenzio. O meglio, ha scelto la voce spezzata di chi, per la prima volta, misura il baratro tra un gesto e le sue conseguenze. «Mi assumo la responsabilità di questo gesto deplorevole, mi vergogno di quanto ho fatto»: sono queste le uniche dichiarazioni spontanee che il ventunenne ha voluto rilasciare, prima che il quadro cautelare mutasse completamente perimetro. Niente carcere, per lui, almeno per ora – gli sono stati concessi gli arresti domiciliari – e una contestazione che appare in netto arretramento rispetto all’impianto originario della procura. Non si parla più, infatti, di duplice tentato omicidio; la riqualificazione giuridica del fatto ridimensiona la vicenda, anche se i due manifestanti dell’Anpi raggiunti dai proiettili di una pistola softair durante la sfilata del 25 aprile restano il nodo tragico di questa storia.

Eleonora Pagani, che con Eitan condivide il sangue e un indirizzo – quello del civico 18 di via dei Prati dei Papa, a due passi da viale Marconi – lo aspetta tra le mura domestiche con un sentimento che definire ambivalente sarebbe un eufemismo. «Averlo di nuovo qui è per me una gioia relativa», confessa al Messaggero, e in quelle poche parole c’è tutto il peso di una madre che è anche educatrice, e che da sempre si professa pacifista. Lei, che dice di aver combattuto contro la presenza di armi in casa, si trova ora a convivere con l’autore di uno sparo che non avrebbe mai voluto vedere. «Sono infuriata con lui – aggiunge –, e sono certa che sia disperato. È un ragazzo educato, stimato da tutti, ma quello che ha fatto è imperdonabile».

Un passato già segnato da altri raid

Non è la prima volta che il nome di Eitan Bondì emerge in relazione a episodi di violenza collettiva. Secondo quanto ricostruito, il ventunenne farebbe parte di un gruppo – non meglio specificato dagli inquirenti – all’interno del quale i raid, le scorribande a sfondo intimidatorio, sarebbero stati praticati più di una volta. «Ora Eitan si vergogna», ammette chi lo conosce, ma la vergogna arriva dopo, sempre dopo. I colpi esplosi al corteo dell’Anpi non sono stati un fulmine a ciel sereno, se si guarda al quadro indiziario che gli investigatori stanno mettendo insieme: altri episodi simili, altri bersagli, altre giornate in cui la tensione politica è degenerata in atti concreti. Lui, davanti al giudice, ha taciuto su questo. Ha taciuto sul gruppo, sui mandanti eventuali, sulla catena che ha portato una pistola softair a trasformarsi – agli occhi di chi la impugna, e di chi la subisce – in un’arma pronta a ferire.

La madre, i valori della pace e la rabbia trattenuta

«Io contro quelle armi in casa. Sono infuriata»: Eleonora Pagani non usa mezzi termini. E non lo fa solo da madre, ma da insegnante, da donna che ha costruito la propria esistenza attorno al rifiuto della violenza. «Il fatto che sia tornato a casa – spiega – è una gioia relativa, perché ha fatto del male, anche psicologicamente, a delle persone che neanche conosce. Noi desideriamo solo la pace». La meraviglia, nella sua voce, lotta con la consapevolezza: come si fa a conciliare l’educazione ricevuta – improntata ai valori della pace, come tiene a sottolineare – con i proiettili di gomma o di plastica che siano, sparati in un corteo? Eitan, dice, è disperato. Ma la disperazione, per una madre che si è sempre opposta a qualsiasi forma di conflitto armato anche solo simulato, non è una giustificazione. È una ferita aperta, che i domiciliari non richiudono.

Il giudice ridimensiona, l’inchiesta continua

La decisione del tribunale di non disporre la custodia cautelare in carcere ha sollevato più di un sopracciglio tra le parti civili, ma va letta alla luce della nuova contestazione: non più duplice tentato omicidio, bensì un reato minore – se così si può definire – legato all’uso improprio dell’arma softair e alle lesioni eventualmente provocate. Resta da capire, e le indagini sono ancora in corso, se Eitan Bondì abbia agito da solo o se, come lascerebbero intendere i riferimenti al «gruppo» di cui farebbe parte, ci siano altri soggetti da identificare. La madre, intanto, custodisce un silenzio carico di rabbia e di incredulità, e il figlio, ai domiciliari, ha tutto il tempo per misurarsi con quello stesso specchio davanti al quale – per un attimo – ha detto: «mi vergogno».

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