La madre di Eitan Bondì: «Ha sbagliato, sono infuriata con lui»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
A oltre una settimana dagli spari di piazza Schuster, avvenuti il 25 aprile durante le celebrazioni della Liberazione, il quadro giudiziario e familiare legato al ventunenne Eitan Bondì si è definito con una certa chiarezza, sebbene restino aperti alcuni fronti tecnici – come la duplice perizia richiesta dalla difesa – e permanga l’interrogativo sull’arma del delitto, un dispositivo ad aria compressa che il diretto interessato ha ammesso di avere gettato in un cassonetto, rendendone di fatto irrintracciabile il ritrovamento. Il 1° maggio, come previsto dall’esito dell’udienza di convalida, il gip ha infatti derubricato l’accusa, passata dal tentato omicidio (contestato inizialmente in duplice forma, dato che i colpi hanno preso di mira due esponenti dell’Anpi) a quella di tentate lesioni personali, aggravate tra l’altro dalla premeditazione. Bondì, che in questi giorni ha lasciato il carcere di Regina Coeli per tornare a vivere ai domiciliari in un’abitazione diversa da quella in cui era stato perquisito, dovrà quindi attendere il processo in una condizione di restrizione più mite, ma la sua detenzione domiciliare non ha alleviato la tensione morale all’interno della sua cerchia familiare più stretta.
L’incredulità di una madre che si dice pacifista
Eleonora Pagani, insegnante e madre del ragazzo, ha rotto il silenzio con un’intervista rilasciata ad alcuni quotidiani nazionali, dalla quale emerge una posizione netta e priva di quelle attenuanti che spesso caratterizzano le difese d’ufficio dei parenti. «Sono arrabbiatissima, ha sbagliato senza se e senza ma», ha dichiarato la donna, visibilmente provata non solo dall’accaduto, ma dallo strappo valoriale che questo rappresenta rispetto all’educazione che ha cercato di impartire ai figli. Pagani, che si definisce una «pacifista» e racconta di portare a scuola canzoni che inneggiano alla pace (“Salam/Shalom”) per promuovere il dialogo tra bambini arabi ed ebrei, ha ammesso di essere stata sempre contraria alla presenza di armi in casa, nonostante il figlio – titolare di regolare porto d’armi per uso sportivo – frequentasse abitualmente il poligono di tiro. «Ero contraria, glielo ripetevo in continuazione ma non sono riuscita a evitarlo. Adesso non le avrà più e sono contenta», ha aggiunto, riferendosi al piccolo arsenale (pistole, fucili, coltelli e munizioni) che gli investigatori della Digos hanno sequestrato nella sua cameretta, insieme a bandiere israeliane e altro materiale.
Il dolore personale e lo sconcerto pubblico
Ciò che rende peculiare la posizione della madre, al di là del dato giudiziario, è la consapevolezza che il gesto del figlio – un ragazzo descritto come «educato e stimato da tutti», nonché fattorino e agente immobiliare – ha ferito due persone sconosciute, colpendole anche nella sfera psicologica oltre che fisica. «Riaverlo a casa è una gioia relativa», ha sottolineato Pagani, specificando di non essere ancora stata autorizzata a parlare direttamente con lui, che si trova attualmente in un’altra abitazione. La donna ha agganciato l’attualità di questo gesto a una tragedia famigliare passata: un parente stretto, scampato al massacro del festival musicale Nova avvenuto il 7 ottobre 2023 durante l’attacco di Hamas, ha portato la famiglia a conoscere in prima persona l’orrore della violenza e dell’odio cieco. Proprio per questo, paradossalmente, Pagani sottolinea come il loro sia un nucleo che «vuole la pace» e che guarda con sgomento a quanto compiuto dal giovane, il quale – va ricordato – ha immediatamente confessato l’accaduto agli agenti della Digos, definendo la sua condotta una «bravata» e manifestando segni di resipiscenza.
Il contesto giudiziario e l’attesa del processo
Mentre la madre esprime la sua vergogna e la sua rabbia di «educatrice», la macchina della giustizia procede con gli accertamenti tecnici, concentrandosi in particolare sulla perizia balistica – resa complicata dalla scomparsa dell’arma utilizzata al parco Schuster il giorno della Festa della Liberazione – e su quella relativa alla personalità dell’indagato, per comprendere la reale portata della sua capacità di intendere e volere al momento dello sparo. La difesa, da parte sua, ha sempre sostenuto che non vi fossero moventi politici o ideologici dietro il gesto, e Bondì ha tenuto a precisare di non avere alcun legame con la Brigata Ebraica, l’associazione cui il ventunenne sembrava essersi richiamato in un primo momento, anche se questa ha poi preso le distanze da lui. Restano quindi al centro dell’attenzione le condizioni delle due vittime, i coniugi dell’Anpi colpiti al collo e alla spalla, e la valutazione della premeditazione, che l’accusa ha comunque mantenuto come aggravante nonostante lo stralcio della fattispecie più grave. La posizione di Pagani – che ha ammesso di essere stata protetta da un «segno» (lo schermo del cellulare rotto nel giorno dell’arresto del figlio) per non aver dovuto leggere le prime notizie di cronaca – è emblematica del cortocircuito che si crea tra l’amore familiare e la condanna morale incondizionata, due piani che in questa vicenda faticano a trovare un punto d’incontro.




