Il giallo giudiziario di Eitan Bondì: perché la procura parla di tentato omicidio per un colpo di softair

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il fermo del ventunenne Eithan Bondì, avvenuto al termine di un’indagine serrata condotta dalla Digos attraverso la rilettura dei frame delle telecamere di sorveglianza, ha consegnato all’opinione pubblica un quadro giudiziario che, a prima vista, appare sproporzionato rispetto alla dinamica materiale dei fatti. Il ragazzo, reo confesso di aver avvicinato in sella al suo scooter i due iscritti all’Anpi per esplodere contro di loro alcuni colpi di pistola softair – ferendoli in maniera lieve al collo e alla spalla – si trova ora a rispondere dell’accusa pesantissima di tentato omicidio, oltre che di porto e detenzione abusivi di armi. Ed è proprio sul disallineamento tra lo strumento utilizzato (un’arma ad aria compressa, tecnicamente subito al di sotto della soglia di letalità se non pesantemente modificata) e la qualifica giuridica scelta dal pm che si concentra, in queste ore, la riflessione tra gli addetti ai lavori, compresi i cronisti che seguono le vicende giudiziarie.

Se da un lato non si può liquidare l’aggressione del 25 aprile come una semplice “bravata” – dato l’elevato allarme sociale generato dall’azione in un contesto simbolico come quello della Liberazione –, dall’altro l’ipotesi di reato formulata dalla procura della Capitale solleva interrogativi tecnici che meritano un approfondimento. Secondo le prime ricostruzioni, la pistola softair utilizzata dal ragazzo non è stata ancora ritrovata, nonostante lui abbia confessato senza però rivelare dove l’abbia occultata; questo elemento, da solo, alimenta il sospetto degli inquirenti che l’arma potesse essere stata potenziata rispetto ai limiti standard di un joule. Tuttavia, anche in quello scenario, il diritto penale distingue con nettezza tra lesioni volontarie, anche gravi, e il tentativo di sopprimere una vita umana.

L’arsenale domestico e la ricerca dell’arma del delitto

Ciò che ha spinto la procura a varcare la soglia della semplice lesione personale, oltre all’evidente dolo (la volontà di colpire specifici bersagli riconoscibili dal fazzoletto al collo), è probabilmente legato al contesto abitativo del giovane. Durante la perquisizione nella sua abitazione – un aspetto che chiaramente ha influenzato la valutazione del pericolo – gli agenti hanno sequestrato un vero e proprio arsenale: fucili, revolver, pistole automatiche e centinaia di munizioni, il tutto custodito quasi come in un deposito bellico. Bondì, tra l’altro, risultava regolarmente titolare di porto d’armi per tiro a volo, un dettaglio che dimostra la sua familiarità con i congegni di sparo ma che, paradossalmente, rende ancora più inspiegabile l’uso di una replica di softair per l’aggressione.

L’assenza dell’arma che ha sparato i pallini bianchi trovati a terra rappresenta adesso il fulcro dell’inchiesta. Se la procura riuscisse a dimostrare – attraverso l’analisi dei proiettili recuperati o attraverso la confessione integrale del ragazzo – che quella specifica pistola ad aria compressa era stata oggetto di modifiche tali da aumentarne drasticamente la potenza (avvicinandola a un’arma comune o addirittura da cecchino), allora l’accusa di tentato omicidio acquisirebbe una consistenza tecnica inattaccabile. In caso contrario, la difesa potrebbe giocarsi la carta della sproporzione dell’addebito.

La svolta investigativa e la “Brigata” smentita

Le indagini della Digos, coordinate dal procuratore Francesco Lo Voi, hanno chiuso il cerchio in tempi record grazie a un certosino lavoro di mosaicista: due fotogrammi – uno che immortalava lo scatto del colpo a via delle Sette Chiese e l’altro che svelava la targa del mezzo sul Lungotevere – hanno permesso di risalire all’identità del ventunenne. Una volta fermato, Bondì ha fatto una dichiarazione che ha immediatamente acceso i riflettori, dichiarando di appartenere alla “Brigata ebraica”, ma l’associazione ha immediatamente smentito qualsiasi legame, precisando di non averlo mai annoverato tra i propri iscritti e definendo l’episodio un vero e proprio “oltraggio” alla memoria storica del militare che combatté il nazifascismo.

Ora il giovane si trova rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, in attesa dell’interrogatorio di garanzia. La sua confessione – limitata agli aspetti fattuali dello sparo ma ancora enigmatica sul movente profondo – lascia aperte diverse piste investigative, anche se è sulla natura tecnica dell’arma che si gioca la partita decisiva. Il ritrovamento o meno di quella pistola softair, insomma, deciderà se questo episodio resterà nei libri di cronaca come un atto di intimidazione grave e codardo o come il tentativo mancato di un omicidio.

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