La parabola radicale di Eitan Bondì, tra armi e chat estremiste
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Redazione Interno
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L’arresto di Eitan Bondì, ventunenne fattorino romano con un passato da agente immobiliare e studi di architettura lasciati a metà, restituisce un frammento inquietante del nuovo estremismo giovanile: quello che cresce nei vicoli del Ghetto come nelle periferie senza volto, alimentandosi di simboli e di una rabbia che fatica persino a nominarsi. Il giovane, fermato martedì sera dalla polizia, è accusato di aver sparato – con una pistola a softair – contro una coppia di iscritti all’Anpi durante il corteo del 25 aprile nei pressi del parco Schuster, tra l’Ostiense e San Paolo. Le vittime, Nicola Fasciano e Rossana Gabrieli, indossavano al collo il fazzoletto tricolore della Resistenza; un dettaglio, quest’ultimo, che per gli inquirenti ha trasformato l’aggressione da semplice rissa in un possibile atto politico, aggravato dall’odio ideologico.
Una famiglia popolare, senza bandiere
Chi ha conosciuto i genitori di Bondì – ambulanti al mercato di Porta Portese – descrive un nucleo familiare di estrazione popolare e, a quanto riferito, «non politicizzato». Lo stesso Eitan, nato e cresciuto in una Roma che spesso dimentica le sue periferie, aveva però frequentato il liceo della comunità ebraica romana, il Renzo Levi, situato nel cuore del Ghetto. Un’istituzione, quella, che difficilmente coincide con i classici serbatoi dell’ultradestra giovanile; eppure, proprio da quel percorso scolastico – interrotto prima della laurea – Bondì potrebbe aver ereditato una certa familiarità con i simboli della memoria, se non addirittura una sensibilità identitaria che poi, chissà attraverso quali canali, si sarebbe radicalizzata. L’abbandono degli studi, il successivo impiego come agente immobiliare e infine il lavoro da fattorino disegnano un’esistenza frammentata, in cui le armi – vere o finte che fossero – sono diventate un improvvido linguaggio.
I tredici secondi che inchiodano l’aggressore
Le telecamere che sorvegliano le antiche rovine vicino alla basilica di San Paolo non lasciano scampo: tredici secondi di immagini, neanche il tempo di un respiro affannato, hanno incastrato Bondì. Nei fotogrammi, lui è inequivocabilmente l’autore dei colpi che hanno ferito i due passanti al termine della manifestazione. Lo stesso giovane, ascoltato dagli investigatori, avrebbe provato a minimizzare: «Non volevo uccidere», avrebbe detto, quasi a voler tracciare un confine – labile, anzi inesistente – tra la volontà di ferire e quella di sopprimere. A rendere più torbida la vicenda, però, è quanto gli agenti hanno sequestrato nella sua abitazione, un piccolo appartamento tra viale Marconi e via Portuense: due pistole vere, regolarmente detenute con libretto per uso sportivo, munizioni e una collezione di coltelli. Un arsenale da appassionato del poligono, come lui stesso si definiva, ma dal quale mancava l’arma del delitto, la pistola ad aria compressa sparita dopo l’agguato.
Radicalizzazione silenziosa e chat radicali
Gli investigatori stanno ora scandagliando i telefoni e i profili social di Bondì, alla ricerca delle chat radicali che potrebbero aver fatto da miccia. È lì, in queldeweb di gruppi criptati e forum frequentati da giovanissimi, che spesso nasce un’ideologia fai-da-te: fatta di slogan, di fake history, di nemici immaginari o reali come i “comunisti” del corteo. Il giovane fattorino non appartiene ad alcun movimento organizzato – almeno stando ai primi riscontri – eppure il suo gesto solitario assomiglia a molti altri replicati negli ultimi anni in Europa: esecutori materiali senza tessera, ma pieni di simboli e di una violenza che si vuole esemplare. La coppia colpita, per Bondì, rappresentava forse una presenza fastidiosa, quella della memoria antifascista che il 25 aprile sventola nelle piazze; e lui, con un pallino di plastica, ha provato a cancellarla. Un fallimento, naturalmente, ma anche un campanello d’allarme per una città che si prepara alle manifestazioni del Primo Maggio, dove la Festa dei Lavoratori rischia di trasformarsi – parole degli inquirenti – in un «calderone» di tensioni.




