Il cecchino del 25 aprile, Eitan Bondì e l’arsenale nascosto nella cameretta: lo smarrimento della madre
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Redazione Interno
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Eleonora tiene la porta socchiusa, gli occhi sbarrati mentre risponde a chi prova a confortarla dall’uscio di quella casa in zona Marconi. “Non voglio parlare – sussurra – sto cercando di capire quello che è successo. Non me ne faccio una ragione”. Da ieri mattina, suo figlio Eitan Bondì, ventun anni, si trova nel carcere romano di Regina Coeli, e l’accusa a suo carico, per quanto ancora in fase di definizione giudiziaria, viene descritta come pesante: tentato omicidio. La donna limita il contatto con l’esterno quasi fisicamente, come se un passo fuori da quella soglia potesse restituirle un ragazzo che, a suo dire, non avrebbe mai immaginato capace di quanto gli viene contestato.
Il fermo, scattato nella notte successiva ai fatti del 25 aprile, è arrivato al culmine di una perquisizione che ha rivelato un piccolo arsenale domestico: coltelli, fucili, pistole, munizioni e armi ad aria compressa. Tutto nella cameretta di Bondì, che aveva adornato le pareti con bandiere israeliane. Interrogato in questura, il giovane – vicino alla comunità ebraica di Roma – ha millantato l’appartenenza a una presunta “Brigata ebraica”, ammettendo di aver sparato una raffica di piombi. Le sue vittime, due militanti dell’Anpi, sono rimaste ferite proprio durante le celebrazioni del 25 aprile, una data simbolica che quest’anno ha visto la tensione politica toccare punte mai così acute.
Lo smarrimento nella “piazza” del Portico d’Ottavia
Ieri mattina, lungo via del Portico d’Ottavia – quella che nel quartiere ebraico romano viene semplicemente chiamata “piazza” – lo smarrimento era palpabile. Tra i tavolini dei ristoranti e le panchine fuori dalla scuola, giovani e anziani sedevano accanto ai turisti, assediati da diversi giornalisti. Nessuno voleva commentare in modo affrettato il gesto di Bondì. Al centro delle conversazioni, un doppio sentimento: da una parte lo sconcerto per la notizia del ragazzo fermato, dall’altra il timore che un clima già avvelenato da polemiche e reciproche accuse possa subire un’ulteriore, pericolosa impennata. “Non ce ne siamo accorti”, ripete sgomenta la madre Eleonora, ammettendo senza giri di parole che nessuno, in famiglia, aveva colto i segnali di un possibile fanatismo.
Dalla sinagoga al carcere: il profilo del ventunenne fermato
Bondì, che alcuni conoscenti descrivono come un ragazzo cresciuto nell’orbita della sinagoga, avrebbe maturato una deriva solitaria e silenziosa. Quella cameretta trasformata in deposito di armi – molte delle quali perfettamente funzionanti – racconta di una preparazione che non può essere liquidata come un raptus improvviso. Eppure, all’interno della comunità ebraica, prevale la tesi del gesto isolato. Nessuno vuole che l’intera collettività venga associata alla deriva violenta di un singolo, tanto più in un momento storico in cui ogni episodio di cronaca rischia di alimentare nuove fratture. Il fermo, avvenuto dopo una serie di accertamenti lampo, ha consentito agli inquirenti di mettere al sicuro l’arsenale e di ascoltare a lungo il ragazzo: nei suoi racconti emergeva un’ammirazione per modelli paramilitari, ma al momento non risultano collegamenti diretti con strutture organizzate.
Uno stress test per le piazze italiane
L’eco del ferimento dei due militanti dell’Anpi, avvenuto proprio nel pomeriggio del 25 aprile, si proietta ora verso le manifestazioni del 1° Maggio. Quella che tradizionalmente è la Festa dei lavoratori rischia di diventare un calderone dove si mescolano tensioni politiche, rivendicazioni sociali e, come in questo caso, episodi di violenza individuale dal forte impatto simbolico. Intorno al nome di Bondì – Eitan Bondì, ventun anni, una vita fra la sinagoga e la cameretta con le ari – si addensano più domande che risposte. Per la madre Eleonora, il tentativo di capire resta un’impresa dolorosa: la porta socchiusa verso il mondo esterno è forse l’ultimo confine tra la vita di prima e quella che, da ieri, non potrà più essere uguale.




