La strage ininfluente: tre armi e un cameriere ucciso per sbaglio a Bisceglie

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è giustizia che possa restituire la quiete a una vita spezzata per errore, e quella di Angelo Pizzi era, a sentire chi lo conosceva, una vita all’insegna della mitezza. Il sessantaduenne responsabile di sala, che lavorava alla “Spaghetteria n. 1” di Bisceglie, viene descritto come «un uomo mite e un lavoratore stimato», privo di qualsiasi precedente penale, una figura estranea al sottobosco delle criminalità locali. La sua esistenza, scandita dal lavoro e dagli affetti (lascia una figlia e una compagna), si è interrotta giovedì sera in un profluvio di piombo che non era destinato a lui. Una quindicina di bossoli, repertati dalla scientifica dei carabinieri, raccontano la furia dell’attacco: tre le armi utilizzate, due pistole e un’arma a canna lunga, probabilmente una mitraglietta.

L’agguato e la vittima involontaria

L’irruzione violenta nel locale è avvenuta mentre Pizzi era al lavoro, e i proiettili – lo confermano le prime ricostruzioni – erano indirizzati a un altro bersaglio, il proprietario del ristorante. Quest’ultimo, un uomo che gli inquirenti sanno essere vicino a clan criminali, avrebbe già ammesso di temere per la propria vita. La dinamica, per quanto ancora in fase di vaglio da parte della Direzione distrettuale antimafia di Bari, lascia emergere un quadro di violenza armata sproporzionata: quindici bossoli di calibro differente, sparati all’interno di un esercizio pubblico, con la quasi certezza che non vi fosse alcuna intenzione di colpire il cameriere. Eppure Pizzi è stato centrato, intenzionalmente solo nel senso balistico del termine, ma del tutto incidentale nel disegno criminoso.

Le armi e gli sviluppi balistici

Dai rilievi della scientifica emerge con chiarezza il dettaglio delle tre armi: due corti e un lungo, forse un mitra. L’esame balistico, attualmente in corso, dovrà stabilire se i killer fossero tre (ciascuno armato di un proprio strumento) oppure se uno dei sicari abbia impugnato due pistole contemporaneamente. Si tratta di un elemento tutt’altro che secondario, perché definire il numero degli esecutori materiali aiuta a comprendere l’organizzazione dell’agguato. Una quindicina di bossoli, sparsi sul pavimento della spaghetteria, testimoniano la violenza dell’azione: non un colpo isolato, ma una scarica indiscriminata, quella che trasforma un luogo di lavoro in una trappola mortale.

Le indagini della Dda e il contesto criminale

L’inchiesta è coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari, un segnale inequivocabile della matrice mafiosa o quantomeno della potenziale connessione con ambienti criminali organizzati. Il titolare del ristorante, infatti, è noto agli investigatori per i suoi legami con i clan, e la sua stessa ammissione – temere per la propria vita – rafforza l’ipotesi che il raid fosse mirato. Pizzi, invece, non aveva mai avuto a che fare con la giustizia, né risultano frequentazioni pericolose nel suo passato. Una circostanza, quest’ultima, che trasforma l’omicidio in un caso paradigmatico di vittima innocente, quella che finisce sulla cronaca nera per mero caso, per un turno di lavoro sbagliato nel momento sbagliato.

Il lavoro degli investigatori e le autopsie

È stata disposta l’autopsia sul del sessantaduenne, un atto dovuto che servirà a chiarire con precisione le cause del decesso e la traiettoria dei proiettili. I carabinieri della Sezione scientifica hanno già repertato i bossoli, catalogandoli per calibro e posizione. Resta da capire, attraverso la comparazione con altre possibili armi da fuoco sequestrate in passato nella regione, se i killer abbiano già un profilo balistico noto. Le indagini procedono senza che, al momento, siano state rese note identificazioni di fermati o sospettati. Il silenzio degli inquirenti, in queste fasi, è spesso il preludio a sviluppi investigativi complessi, che la Dda di Bari sta seguendo passo dopo passo.

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