Il toto-nomine della sanità veneta, ottanta candidati idonei ma nessuno resta al suo posto
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Redazione Interno
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La macchina amministrativa della sanità veneta, un complesso ingranaggio che gestisce un bilancio da undici miliardi di euro, è in queste ore al centro di un meticoloso lavoro di cesello da parte del presidente Alberto Stefani, il quale, tra sabato e lunedì, dovrebbe apporre la propria firma sui decreti di nomina dei nuovi direttori generali. Si tratta di un ricambio che interessa le nove Ulss, le due aziende ospedaliere di Padova e Verona, l’Istituto oncologico veneto e il cervello pulsante dell’intero sistema, vale a dire Azienda Zero, e che segue un iter ben preciso: una commissione tecnica, presieduta dal professor Stefano Campostrini dell’Università Ca’ Foscari e composta da Francesco Enrichens dell’Agenas, oltre che da Andrea Ziglio e Silvia De Pieri per la Regione, ha passato al setaccio centotrenta candidature, giudicandone cinquanta non idonee e decretando invece l’ammissibilità di ottanta profili. Una rosa ampia, quest’ultima, dalla quale il governatore è chiamato a pescare per comporre il nuovo organigramma, sebbene l’indiscrezione più insistente che trapela da Palazzo Balbi, in queste giornate convulse e dense di febbrili aspettative, racconti di una vera e propria rivoluzione copernicana: anche coloro che dovessero vedere riconfermata la propria fiducia, qualora rientrassero nei piani del presidente, non rimarranno certamente a presidiare la stessa scrivania, ma verranno ridislocati in sedi diverse rispetto a quelle gestite finora, in un avvicendamento che sembra voler azzerare qualsiasi consolidamento di potere territoriale.
A rendere ancora più teso il clima che circonda queste delicatissime scelte, che di fatto disegneranno il volto della sanità regionale per i prossimi anni, ci ha pensato un anonimo “corvo” che, con una lettera parzialmente sgrammaticata ma densa di allusioni velenose, ha cercato di gettare ombre sui criteri che guiderebbero le decisioni del governatore -5. Il mittente, presentandosi come un ex consigliere regionale quasi ottantenne, ha indirizzato ai nuovi componenti di Ferro Fini un appello accorato a tenere lontane le lobby dai palazzi che contano, evocando presunti condizionamenti da parte di poteri esterni e disegnando una partita a scacchi in cui, accanto al “re” Stefani, si muoverebbero figure come quella del predecessore Luca Zaia e dell’ex assessore Manuela Lanzarin. La missiva, che cita nomi e tratteggia scenari di presunte spartizioni, è stata tuttavia accolta con freddezza a Palazzo Balbi, dove viene considerata un tentativo maldestro e fuorviante, tanto più che alcune delle persone indicate come certe della nomina, come nel caso di Cristina Rauli, risultano in realtà escluse dalla rosa degli idonei valutata dalla commissione presieduta da Campostrini -5.
La geografia dei possibili spostamenti e l’ombra dei commissariamenti
Se il toto-nomi impazza sulla base di indiscrezioni più o meno fondate e talvolta, inevitabilmente, interessate, l’unico dato certo che filtra dagli uffici di via Po è che si punta a rispettare la scadenza naturale del mandato degli attuali manager, fissata per sabato, evitando così il ricorso a proroghe tecniche o a soluzioni commissariali che rappresenterebbero pur sempre una fase di stabilità provvisoria. La volontà di Stefani, deciso a non prestare il fianco a malignità e a chiudere la partita nei tempi previsti, sembra quella di offrire un segnale di discontinuità, pur nella consapevolezza che l’esperienza maturata da alcuni uscenti non può essere semplicemente accantonata. Ed è proprio per questo che prende l’ipotesi, sempre più accreditata, di un turnover totale inteso come ricollocazione geografica: un direttore generale che ha operato in una determinata provincia potrebbe vedersi affidato un incarico in un’altra, in una sorta di staffetta che coinvolge anche i ruoli apicali di Azienda Zero e degli ospedali di maggior rilievo, come quello di Padova, per il quale, secondo alcune voci, si starebbe guardando a profili esterni o a manager provenienti da altre regioni.
Il lavoro della commissione e il vaglio dei centotrenta candidati
Il lavoro istruttorio compiuto dalla commissione guidata da Campostrini è stato, a detta di chi vi ha preso parte, rigoroso e improntato esclusivamente alla valutazione dei curricula e delle competenze, un passaggio tecnico che ha permesso di restringere il campo a ottanta nominativi considerati “super idonei” a ricoprire incarichi di così elevata responsabilità in un settore nevralgico come quello sanitario. Tra questi, inevitabilmente, compaiono anche alcuni degli attuali direttori generali, il che ha alimentato le speculazioni su quante e quali riconferme ci saranno, sebbene l’orientamento a non lasciare nessuno al proprio posto complichi il quadro e renda più articolato il mosaico finale. La partita, insomma, è tutt’altro che semplice: si tratta di incastrare le esigenze di competenza con quelle di rappresentanza territoriale, in un equilibrio delicato che deve tenere conto anche delle sollecitazioni che arrivano dal mondo politico e dalle varie correnti che compongono la maggioranza di centrodestra.




