Giada Zanola uccisa e gettata dal cavalcavia sulla A4, ergastolo per l’ex Andrea Favero
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Redazione Interno
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La Corte d’Assise di Padova ha chiuso ieri il capitolo processuale del femminicidio che, nella tarda primavera del 2024, aveva sconvolto la provincia padovana e non solo. Andrea Favero, autotrasportatore 41enne, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e per violenza sessuale ai danni dell’ex compagna, Giada Zanola, trentatreenne originaria della provincia di Brescia. Il collegio giudicante, accogliendo la richiesta del pubblico ministero Paola Mossa, ha così cristallizzato in una sentenza di primo grado la ricostruzione accusatoria di quella notte tra il 28 e il 29 maggio 2024, quando la donna perse la vita nel Comune di Vigonza.
La vicenda giudiziaria, arrivata a sentenza dopo un’istruttoria complessa, ha ricostruito gli ultimi momenti della giovane madre, che all’epoca viveva con Favero e il loro figlio di cinque anni proprio a Vigonza. Secondo quanto emerso in aula, fu lo stesso Favero – stando all’ipotesi d’accusa poi ritenuta fondata dai giudici – a uccidere Zanola, per poi disfarsi del gettandolo dal cavalcavia che sovrasta l’autostrada A4. Un gesto, quello di scaraventare il corpo nel vuoto, che l’accusa ha interpretato come l’atto conclusivo di una serata di violenza: la donna, secondo la pubblica accusa, sarebbe stata gettata già priva di vita o quantomeno in stato di incoscienza, frutto delle violenze subite poco prima.
La richiesta del pm e l’aggravante della premeditazione
Il pubblico ministero Paola Mossa, nel corso dell’udienza decisiva, aveva chiesto per Favero la pena dell’ergastolo senza isolamento diurno, sostenendo la sussistenza di due aggravanti cruciali: la premeditazione e la violenza sessuale. Quest’ultima, in particolare, ha trasformato l’omicidio da un episodio efferato a un delitto a sfondo sessuale, circostanza che in sede processuale ha pesato in modo determinante sulla quantificazione della pena. I giudici hanno ritenuto provato che Favero abbia prima consumato un atto di violenza carnale sulla ex compagna, per poi ucciderla – secondo una dinamica che l’accusa ha definito “chiara e coerente” – e infine liberarsi del cadavere in un punto simbolico quanto tragico, quel cavalcavia che i residenti usano quotidianamente per attraversare lo scorrimento veicolare della A4.
Le indagini e le prove raccolte
Gli inquirenti, all’indomani del ritrovamento del, avevano concentrato gli sforzi sulle incongruenze nei racconti forniti dallo stesso Favero. Un uomo che, nelle prime dichiarazioni rilasciate ai carabinieri, aveva tentato di depistare le indagini parlando di un allontanamento volontario di Giada. Una versione, questa, crollata nel giro di poche ore di fronte agli elementi materiali raccolti sulla scena del delitto – si parla di tracce biologiche e di lesioni compatibili con una lotta – e alle incongruenze logiche emerse durante i primi interrogatori. Il giudice per le indagini preliminari aveva già allora accolto la richiesta di custodia cautelare in carcere per l’autotrasportatore, ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di reiterazione del reato.
Il contesto della relazione e il movente
Dalle testimonianze raccolte durante il dibattimento era emerso un quadro di convivenza ormai logora, con rapporti altalenanti e tensioni legate anche alla gestione del figlio piccolo. Una coppia, quella formata da Zanola e Favero, che si era lasciata da qualche tempo ma continuava a condividere la stessa abitazione, un dettaglio non secondario perché colloca l’omicidio in quello spazio ambiguo e pericoloso – spesso sottovalutato anche dalle cronache giudiziarie – delle separazioni non consumate materialmente. La difesa di Favero, che si era avvalsa della facoltà di non rispondere in udienza, aveva tentato di scardinare l’impianto accusatorio puntando sull’assenza di testimoni diretti dell’omicidio. Tentativo, questo, che non ha scalfito la convinzione del collegio, il quale ha ritenuto il quadro indiziario solido e univoco. Il giudizio di primo grado, come prevede la procedura penale, potrà essere appellato dalla difesa; per ora, l’ex autotrasportatore resta in carcere dove era già detenuto dal giorno dell’arresto.




