L’ergastolo per Andrea Favero: «narcotizzò e gettò Giada dal cavalcavia», il padre della vittima chiede giustizia per il nipote

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d’Assise di Padova ha chiuso le sue camere di consiglio dopo quattro ore, ieri sera, e la sentenza – letta intorno alle sette – non lascia spazio a interpretazioni: Andrea Favero, l’autotrasportatore quarantatreenne di Vigonza, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio della ex compagna Giada Zanola. Quella notte tra il 28 e il 29 maggio del 2024, lui – trentanove anni all’epoca dei fatti, oggi con un peso processuale che lo segnerà per il resto dei suoi giorni – l’avrebbe narcotizzata per poi scaraventarla giù dal cavalcavia che sovrasta l’autostrada A4. Un gesto estremo, maturato – secondo l’accolta – dal rifiuto della donna di proseguire la relazione. Il collegio giudicante, accogliendo in pieno la richiesta del pubblico ministero Paola Mossa, ha riconosciuto non solo l’omicidio volontario aggravato ma anche la violenza sessuale, senza concedere l’isolamento diurno.

La reazione del padre e il peso della pena accessoria

Gino Zanola, padre di Giada, ha affidato a poche battute il suo sollievo, mescolato a un dolore che non si attenuerà con la cella chiusa su Favero. «Mia figlia – ha detto – può finalmente riposare in pace». E poi ha aggiunto, con una lucidità straziante, che le forze della famiglia potranno ora concentrarsi esclusivamente sul bambino nato dalla coppia, quel nipote che resta l’unico ponte tra la vita spezzata della trentatreenne (o trentaquattrenne, secondo alcune cronache, ma l’età della vittima non muta la sostanza del dramma) e un domani che va comunque abitato. Prima della lettura del verdetto, Claudio – altro familiare, forse il fratello o comunque una figura vicina all’imputato, tant’è che la stampa locale ne riporta le parole – aveva dichiarato di credere nell’innocenza di Andrea, salvo poi ammettere che, qualora i giudici lo avessero ritenuto colpevole, allora sarebbe stato giusto scontare la pena. Un’ammissione che non ha scalfito la compattezza della condanna.

Il risarcimento e le lacrime in aula

La decisione dei giudici non si limita alla reclusione a vita. Favero dovrà risarcire con trecentomila euro proprio il figlio avuto con Giada, e con cinquantamila euro a testa – come scrive il Corriere del Veneto – il padre Gino, il fratello Daniel e la sorella Federica Zanola. In aula, al momento della lettura del dispositivo, l’imputato è scoppiato in lacrime. Un pianto che non ha fermato la macchina giudiziaria, né ha mutato le accuse: omicidio volontario aggravato dai futili motivi (il rifiuto della separazione) e dalla crudeltà del metodo, oltre alla già citata violenza sessuale. L’uomo, camionista di Vigonza – comune della cintura urbana di oltre ventitremila abitanti – aveva sempre respinto le contestazioni, ma la Corte d’Assise ha ritenuto le prove schiaccianti.

Il contesto del cavalcavia e la fine del primo grado

È il cavalcavia sulla A4 a fare da sfondo a un delitto che ha sconvolto non tanto l’opinione pubblica – concetto vago che qui non interessa – quanto le dinamiche concrete di un femminicidio consumato con premeditazione di fatto. Quella notte di fine maggio 2024, Favero avrebbe agito con una lucidità agghiacciante: narcotizzare l’ex compagna, caricarla (forse già priva di sensi) e poi lanciarla nel vuoto. Il primo grado del processo si chiude così, con l’ergastolo e le cifre del risarcimento che disegnano una geografia di sofferenza ben precisa: il figlio piccolo, i fratelli, il padre. Nessuna sintesi conclusiva, nessuna previsione su eventuali appelli, ma un fatto nero – raccontato senza inutili fronzoli – che resta appeso alla segnaletica di un’autostrada, dove una donna di trentatré anni ha smesso di esistere per mano di chi condivideva con lei il letto e il sangue di un bambino.

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