Vanja Milinkovic-Savic: "Sono nato per segnare, ma il ruolo del portiere è la mia scelta"
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Redazione Sport
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In una confessione a cuore aperto, il portiere serbo del Napoli Vanja Milinkovic-Savic ha rivelato un passato da attaccante, anzi, da "bomber", come ha tenuto a precisare durante la sua apparizione nel format MySkills su Dazn. Le sue parole, rilasciate in vista del match tra Juventus e Napoli, hanno dipinto un ritratto inaspettato del gigante tra i palari, il quale, con una punta di autoironia, ha svelato le proprie origini offensive. "Ero un attaccante, un bomber che non vi immaginate, col tiro che ho!", ha dichiarato, spiegando come l'idea originaria della sua carriera calcistica fosse proprio quella di finire la palla in rete, piuttosto che custodirla. Un cambiamento di prospettiva radicale, dunque, che lo ha portato dal voler fare gol al dedicare la propria vita a impedirli, una transizione che racconta molto della sua personalità e della sua evoluzione.
Dall'egoismo dell'attaccante alla responsabilità del portiere
Il racconto di Milinkovic-Savic, intervistato dall'ex calciatore Hernanes, si è addentrato nei dettagli del suo carattere in campo da giovane, descrivendo un approccio quasi ferocemente individualista. "Mi giravo e calciavo, non la passavo mai, ero un egoista, devo dirlo", ha ammesso senza giri di parole, dipingendo l'immagine di un ragazzo che "vedeva solo la porta" e il cui unico scopo era essere l'artefice del gol. Questo mindset, tipico di molti giovani talenti offensivi, ha però incontrato una battuta d'arresto quando ha realizzato le effettive richieste fisiche del ruolo nell'calcio moderno. La consapevolezza delle "tante corse" e dei "tanti scatti" richiesti a un centravanti di oggi, come lui stesso ha sottolineato, ha rappresentato una svolta determinante, spingendolo a valutare un futuro diverso tra i pali, dove il suo fisico imponente e le sue doti potevano essere sfruttate in modo altrettanto decisivo.
La sicurezza nel gesto tecnico: "Il tiro più forte al mondo"
Non è venuta meno, però, la sicurezza che probabilmente animava quel giovane attaccante. Milinkovic-Savic, infatti, ha affermato con convinzione di possedere, a suo avviso, "il tiro più forte al mondo". Una dichiarazione perentoria, accompagnata dalla precisazione "non voglio fare il finto umile", che traccia un filo rosso tra il suo passato e il presente. Quel gesto tecnico potente, che un tempo mirava alla porta avversaria, è oggi una delle armi a disposizione del portiere, utile per lanciare la ripartenza o per allungare la sfera in spazi liberi. Questa caratteristica, unita alla sua statura, contribuisce a definire il suo profilo di estremo difensore, mostrando come certe qualità innate possano essere rimodulate senza essere tradite.
Un percorso atipico che arricchisce il suo bagaglio
La storia di Vanja Milinkovic-Savic si distingue, quindi, per un percorso atipico nel mondo del calcio professionistico, un viaggio che dall'area di rigore avversaria lo ha condotto a diventare il guardiano di quella della sua squadra. Questo background insolito, che lui stesso rievoca con una certa disinvoltura, non è un semplice aneddoto curioso, ma un tassello che completa la comprensione del suo approccio al ruolo. Aver vissuto, seppur in giovane età, le sensazioni e gli istinti di chi deve segnare, potrebbe fornirgli, in qualche misura, un'ulteriore percezione delle mosse e delle intenzioni degli attaccanti che oggi si trova a fronteggiare, aggiungendo un livello di esperienza indiretta al suo già solido curriculum.




