Marcinelle, 70 anni dopo: il lavoro che uccide e la dignità tradita

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Settant’anni ci separano da quel maledetto 8 agosto 1956, eppure il fumo e le fiamme che avvolsero il pozzo di Bois du Cazier, a Marcinelle, sembrano non essersi mai del tutto spenti. Duecentosessantadue operai trovarono la morte in quella miniera di carbone belga, centotrentasei dei quali erano italiani, partiti dalla povertà del Mezzogiorno con la speranza di un futuro migliore e con un biglietto di sola andata per l’inferno.

Quella strage, una delle più gravi nella storia mineraria d’Europa, non fu semplicemente un incidente, né il prodotto di una sfortunata fatalità; fu piuttosto il risultato di una catena di responsabilità precise, di scelte economiche ciniche e di una sottovalutazione della sicurezza che aveva il sapore amaro di una vera e propria colpa.

Il settantesimo anniversario della tragedia, celebrato con le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, riporta alla luce un tema che non smette di bruciare: il diritto al lavoro non può mai essere disgiunto dalla tutela della vita e della salute di chi quel lavoro lo svolge.

Il prezzo umano dell'emigrazione e l'oblio delle norme

Per comprendere la portata di ciò che accadde a Marcinelle, occorre fare un passo indietro e calarsi nel contesto di quegli anni Cinquanta, quando l’Italia, reduce dalla guerra, era un Paese in ginocchio e la disoccupazione spingeva centinaia di migliaia di lavoratori a cercare fortuna all’estero, spesso accettando condizioni disumane in cambio di un salario che permettesse di mandare qualche soldo a casa.

Il Belgio, in particolare, aveva bisogno di manodopera per le sue miniere e il governo italiano, con accordi bilaterali, favorì quel flusso migratorio senza però preoccuparsi granché delle condizioni di sicurezza. A Bois du Cazier, come emerse poi dalle inchieste, mancavano sistemi di rilevazione del gas, le vie di fuga erano inadeguate e i turni di lavoro massacranti non lasciavano spazio a pause o a controlli; insomma, era un ambiente in cui ogni scelta produttiva veniva prima di qualsiasi considerazione sulla salute degli uomini.

La tragedia scoppiò per un incendio causato da un corto circuito in un nastro trasportatore, ma il fuoco trovò terreno fertile in un pozzo che era già di per sé una trappola mortale, con le sue gallerie anguste e una ventilazione inefficiente che fece sì che il fumo tossico si diffondesse in un batter d’occhio, uccidendo chi non era rimasto subito sepolto o bruciato.

Mattarella e il monito per l'Europa di oggi

Le commemorazioni di quest’anno hanno assunto un tono particolarmente solenne, anche perché il messaggio inviato dal capo dello Stato ha voluto collegare quel dramma lontano alle sfide del presente, quasi a sottolineare che la memoria senza azione è soltanto retorica. Nel ricordare i suoi concittadini caduti in Belgio, Mattarella ha ribadito che la sicurezza sul lavoro “esprime oggi un principio fondante che accomuna l’intera casa europea”, un concetto che sembra scontato ma che, a giudicare dai numeri ancora drammatici delle morti bianche nel nostro Paese, di scontato ha ben poco.

Il presidente ha inoltre colto l’occasione per lanciare un avvertimento preciso, in un momento storico segnato da polemiche e tensioni sui migranti, affermando che la gestione dei flussi migratori deve obbedire a “criteri di rispetto della dignità delle persone”, quasi a voler tracciare un ideale filo rosso tra la disperazione di quei minatori italiani e quella dei disperati che oggi attraversano il Mediterraneo, sfruttati e spesso dimenticati in un’Europa che fatica a trovare un equilibrio tra accoglienza e paura.

Le inchieste e le responsabilità rimosse

Negli anni successivi alla sciagura, le inchieste giudiziarie e le commissioni parlamentari tentarono di fare luce su quanto era accaduto, mettendo in evidenza non solo le carenze tecniche della miniera, ma anche il clima di omissione e di superficialità che aveva contraddistinto i controlli.

Emerse che i vertici della società mineraria erano stati messi in guardia più volte sui rischi corsi, ma che quelle segnalazioni erano finite nel dimenticatoio, come tanti altri documenti burocratici destinati a impolverarsi, e che la mancanza di coordinamento tra i soccorsi italiani e belgi aveva aggravato il bilancio di quella giornata.

Tuttavia, per quanto le inchieste fossero dettagliate, le pene inflitte ai responsabili furono tutto sommato lievi, quasi a voler liquidare la faccenda con un colpo di spugna, mentre i familiari delle vittime rimasero a lungo in attesa di un risarcimento che tardava ad arrivare, e che per molti non arrivò mai.

Questa impunità, questo modo di archiviare le tragedie come fatalità inevitabili, è forse l’aspetto più inquietante che accomuna Marcinelle alle stragi più recenti, da ThyssenKrupp a Firenze, passando per le tante piccole morti quotidiane che non fanno notizia ma che continuano a insanguinare le cronache del nostro Paese.

Il valore della memoria e la sfida culturale

Insegnare Marcinelle nelle scuole, come propongono molti storici e associazioni, non significa soltanto ricordare una data o un numero di morti, ma significa soprattutto offrire alle nuove generazioni una chiave di lettura per interpretare il mondo del lavoro e le sue contraddizioni, per comprendere come la dignità di una persona non possa essere schiacciata da un profitto o da un’emergenza economica.

È una sfida culturale che richiede di superare il rituale della commemorazione fine a sé stessa, per trasformarla in un monito concreto, in un esercizio quotidiano di cittadinanza attiva e consapevole, che metta al centro il valore della vita e la necessità di una politica che non si arrenda di fronte agli interessi corporativi o alla burocrazia.

D’altronde, il presidente Mattarella ha parlato di una “casa europea” che deve ritrovare i suoi fondamenti, e non si tratta di un richiamo generico, ma di un appello a ripensare il modello di sviluppo, a ridare centralità alla persona, a costruire un futuro in cui nessuno sia costretto a morire per avere un lavoro, né a emigrare per sopravvivere.

L'attualità di una tragedia dimenticata

A distanza di settant’anni, le polemiche sulla gestione dei flussi migratori e le tensioni tra Stati membri ricordano quanto sia fragile il concetto di solidarietà europea quando si tratta di mettere in pratica i principi che si dichiarano solennemente nelle cerimonie ufficiali.

E allora il ricordo di Marcinelle, con i suoi minatori italiani morti in terra straniera, assume un significato ancora più profondo, quasi un monito a non ripetere gli stessi errori, a non considerare la sicurezza come un costo accessorio, a non dimenticare che ogni lavoratore, italiano o straniero che sia, ha un nome, un volto, una famiglia che aspetta di rivederlo a casa.

Le parole di Mattarella, con il loro tono grave e partecipato, hanno ridato voce a quel silenzio che per troppo tempo ha avvolto la vicenda, restituendo dignità a chi l’aveva perduta non solo nel momento della morte, ma anche nella vita, quando veniva considerato soltanto una forza-lavoro da sfruttare fino all’ultimo respiro.

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