Perché Israele ha attaccato l'Iran adesso e qual è stato il ruolo degli Usa
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Redazione Esteri
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L’attacco israeliano contro l’Iran, sferrato nella notte con raid su città e siti nucleari, non è un’azione improvvisata. Dietro la decisione di Benjamin Netanyahu di rompere gli indugi ci sono mesi di calcoli strategici, negoziati falliti e pressioni internazionali. Il negoziato sul nucleare, portato avanti sotto l’egida degli Stati Uniti, anziché placare le tensioni, potrebbe aver accelerato la mossa di Tel Aviv. Se da un lato Washington ha cercato di mediare, dall’altro appare evidente che gli apparati americani abbiano avuto un ruolo nell’elaborazione dei piani israeliani, anche se le dinamiche restano opache.
L’operazione Rising Lion ha colpito obiettivi sensibili: oltre alle infrastrutture nucleari, sono stati decapitati vertici militari e pasdaran, incluso un consigliere politico della Guida Suprema Khamenei. Nove scienziati nucleari uccisi, secondo le fonti israeliane, mentre Teheran rivendica l’abbattimento di un F-35. Le conseguenze immediate sono state una pioggia di missili iraniani su Tel Aviv e Gerusalemme, con esplosioni e colonne di fumo che hanno segnato l’inizio di una guerra aperta.
La domanda cruciale è se l’Iran, già sotto sanzioni e con un’economia fragile, possa reggere un confronto prolungato. Netanyahu, nel dichiarare che questa è una guerra «contro la Repubblica islamica, non contro l’Iran», ha lasciato intendere che l’obiettivo ultimo potrebbe essere un regime change. Il parallelo con la Siria, dove anni di conflitto hanno logorato il governo, non è casuale. Ma mentre Israele punta a indebolire il programma nucleare iraniano, Teheran minaccia ritorsioni contro chiunque sostenga Tel Aviv, gettando ombre su un possibile allargamento del conflitto.




