Crollo in una miniera di coltan nel Kivu, sepolti vivi in oltre duecento
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Redazione Esteri
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Sono oltre duecento i corpi rimasti sepolti sotto il fango e la roccia dopo il crollo di un’intera collina, provocato dalle piogge, nella miniera di Rubaya, nel territorio di Masisi. La tragedia, avvenuta mercoledì ma resa nota solo nella notte di venerdì dal portavoce dell’autorità locale, ha lasciato anche un numero non quantificato di dispersi e decine di feriti in condizioni talvolta gravi, in un bilancio che, come spesso accade in simili disastri, rischia di aggravarsi con il procedere delle operazioni di soccorso, ostacolate dalla morfologia del luogo e dalla mancanza di mezzi adeguati. L’area, situata a circa ottanta chilometri dalla città di Goma, è sotto il controllo della milizia filo-ruandese M23, la quale, dopo aver nominato un proprio governatore provinciale, estende ormai da mesi la sua influenza su vaste porzioni del Nord e del Sud Kivu, complicando non poco la gestione dell’emergenza e la verità dei fatti.
Il contesto di una strage annunciata
Quella di Rubaya si configura, purtroppo, come l’ennesima strage in un paese, la Repubblica Democratica del Congo, dove gli incidenti minerari sono una piaga endemica, alimentata da uno sfruttamento intensivo e spesso selvaggio delle risorse del sottosuolo. La miniera colpita dal disastro, che sorge in una regione ritenuta responsabile della produzione di circa il quindici per cento del coltan a livello globale, è un crocevia di attività estrattive fondamentali per l’economia mondiale ma condotte in condizioni di estremo pericolo e precarietà. Il minerale, essenziale per la fabbricazione di componenti elettronici di uso quotidiano come telefoni cellulari e computer, nonché per settori avanzati come l’aerospaziale e la produzione di turbine, viene infatti estratto con metodi artigianali, scavando gallerie profonde e instabili, senza le minime misure di sicurezza.
Una geografia del potere e dello sfruttamento
Il controllo dell’area da parte dei ribelli dell’M23, sostenuti dal vicino Ruanda secondo numerose fonti internazionali, aggiunge un ulteriore e decisivo livello di complessità alla vicenda, poiché frammenta le responsabilità e opacizza la catena di comando nelle operazioni di recupero e nelle indagini sulle cause del crollo. La milizia, che dal gennaio dello scorso anno ha ampliato significativamente il territorio sotto la sua influenza, gestisce di fatto l’accesso alle miniere e il commercio dei minerali, in un contesto dove il rispetto dei diritti umani dei lavoratori – tra i quali, come accade spesso, si trovano anche minori e intere famiglie – passa in secondo piano rispetto agli ingenti profitti generati. Il fatto che la notizia del disastro sia stata diffusa con ritardo e attraverso i canali del governatore nominato dal gruppo ribelle è, di per sé, un indicatore del clima di opacità che avvolge l’intero settore estrattivo nella regione.
Il racconto di una catastrofe e il suo valore simbolico
Le testimonianze raccolte sul posto, seppure frammentarie e difficili da verificare in modo indipendente, descrivono una scena apocalittica, con interi pendii collassati su sé stessi dopo solo una “leggera pioggia”, a dimostrazione della profonda vulnerabilità geologica di siti sottoposti a uno scavo incontrollato. Quello che è successo a Rubaya, come ha dichiarato un leader della società civile locale, “è davvero terribile”, una frase che, nella sua essenzialità, racchiude l’orrore per la perdita di centinaia di vite umane e la rassegnazione di fronte a una tragedia che molti consideravano inevitabile. Il disastro, oltre a rappresentare un lutto immane per le famiglie delle vittime, molte delle quali attendono ancora notizie dei propri cari, getta una luce cruda sul costo umano della filiera tecnologica globale, un costo pagato in silenzio, lontano dagli occhi dei consumatori finali, in un angolo del mondo dove la legge del più forte sembra troppo spesso prevalere su quella dello stato di diritto.




