Acciaierie Venete, Banzato: «Rincari energetici insostenibili, senza aiuti il mercato si blocca»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il grido d'allarme del presidente di Acciaierie Venete e leader designato di Federacciai, Alessandro Banzato, riecheggia con forza in un momento in cui il sistema produttivo nazionale si trova a fare i conti con una realtà economica sempre più gravosa. L'ondata di rincari che ha investito il costo dell'energia, complice l'acuirsi dei conflitti in Ucraina e le tensioni in Medio Oriente, sta mettendo in ginocchio interi settori industriali e Banzato, con la consueta schiettezza, non ha usato mezzi termini nel descrivere la situazione come un vero e proprio dramma per le acciaierie italiane.

Di fronte a un caro bollette che non accenna a rallentare, l'industria siderurgica si trova a un bivio: aumentare i prezzi finali, rischiando però di contrarre ulteriormente un mercato già fragile, o chiedere a gran voce un intervento deciso da parte delle istituzioni europee e nazionali per scongiurare il collasso.

Il peso delle bollette sulla ripresa produttiva

La ripresa produttiva, che molti speravano fosse alle porte dopo i periodi di magra, si scontra ora con una realtà fatta di numeri che fanno tremare i polsi. Secondo le stime elaborate da Nomisma Energia per conto del Sole 24 Ore, l'impatto sulle tariffe per il mese di settembre si preannuncia devastante: si parla di un prezzo del gas che potrebbe raggiungere i 137 centesimi al metro cubo, un balzo notevole rispetto ai 106 centesimi dello stesso periodo dell'anno precedente.

La conseguenza è che una famiglia tipo si troverà a dover sborsare 429 euro in più entro la fine del 2026, un aumento percentuale che si attesta intorno al 29 per cento.

Per le imprese, la situazione è ancora più critica, con un incremento annuo della spesa energetica che sfiora il 54 per cento. Un trend che, come sottolineato da Banzato, rende insostenibile la prosecuzione dell'attività senza un adeguato aggiustamento dei listini: se l'energia costa di più, il prodotto finale non può che subire la stessa sorte, anche se questo significa perdere competitività su un mercato globale già estremamente agguerrito.

La BCE, del resto, ha avvertito che lo shock energetico deve ancora manifestarsi pienamente, e le proiezioni parlano di un'onda lunga di rincari legata alla corsa delle materie prime, innescata dalla variabile iraniana e dalle continue turbolenze nello Stretto di Hormuz.

Un distretto industriale su tre in balia degli shock

Ma dove andrà a cadere maggiormente il peso di questa stangata? Per rispondere a questa domanda, la piattaforma Civiqa, in collaborazione con OpenEconomics, ha realizzato uno studio incentrato sul rischio energetico e sulla struttura produttiva dei vari territori italiani, elaborando un indice di esposizione per i distretti industriali.

Quello che emerge è un quadro allarmante, che evidenzia come circa un terzo dei distretti produttivi italiani sia particolarmente vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi dell'energia, un fattore che rischia di minare alla base la capacità di attrarre investimenti e di mantenere i livelli occupazionali.

In questo contesto, l'appello di Banzato si fa più pressante e si rivolge direttamente alla politica, chiedendo un intervento immediato sull'ETS, il sistema di scambio delle emissioni, e una strategia europea condivisa per affrontare l'emergenza. Senza un'azione tempestiva, il rischio concreto è quello di assistere a una desertificazione industriale che colpirebbe in primis le piccole e medie imprese, da sempre il vero motore dell'economia nazionale.

La siderurgia, che è da sempre un termometro della salute manifatturiera del paese, sta suonando il campanello d'allarme: il caro energia non è più un problema contingente, ma una piaga strutturale che richiede soluzioni coraggiose e di lungo periodo, tra cui Banzato annovera anche un ripensamento serio della politica energetica nazionale, a cominciare da un ritorno al nucleare.

La strategia di lungo periodo

La menzione del nucleare, da parte di un leader industriale di spicco, non è certo un dettaglio marginale e va a inserirsi in un dibattito che, nonostante le aperture degli ultimi anni, fatica a decollare in Italia. Per Banzato, e per chi come lui rappresenta l'industria pesante, la transizione energetica non può prescindere da fonti di approvvigionamento che garantiscano stabilità e indipendenza, condizioni indispensabili per programmare gli investimenti e mantenere la competitività a livello globale.

Se da un lato gli incentivi per le rinnovabili sono importanti, dall'altro non possono bastare a sostenere il fabbisogno di un settore energivoro come quello siderurgico, che necessita di una fornitura costante e a prezzi accessibili per poter guardare al futuro con un minimo di ottimismo.

Mentre la politica europea si interroga su come riformare il mercato dell'energia e su come disaccoppiare il prezzo del gas da quello dell'elettricità, le acciaierie italiane continuano a produrre, ma lo fanno con un peso specifico che diventa ogni giorno più difficile da sostenere.

La richiesta di Banzato è chiara e immediata: non si può attendere oltre, perché ogni giorno che passa senza un intervento strutturale è un giorno in cui la competitività del sistema Italia si indebolisce, e le conseguenze si ripercuotono a cascata su tutto il tessuto economico e sociale, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro e la capacità di innovazione di un intero comparto.

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