Valeria Golino, la paura di cadere nel vuoto per un film sulla cronaca nera

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Valeria Golino, che da giorni si trova a raccontare il suo ultimo impegno cinematografico, confessa di essersi spinta in un territorio inesplorato, quello di un trucco che non abbellisce ma deliberatamente trasfigura. «È la prima volta che in un film mi succede», ha dichiarato al Corriere della Sera, riferendosi alla radicale trasformazione subìta per interpretare il ruolo principale ne "La gioia", pellicola diretta da Nicolangelo Gelormini e attesa nelle sale dal prossimo 12 febbraio. L’attrice, la cui immagine è stata alterata con un naso adunco, una capigliatura rada e occhiali spessi, ammette senza reticenze che vedersi così, invecchiata e imbruttita, ha suscitato in lei una reazione di paura, associandola a un incubo ricorrente che la perseguita: quello di cadere nel vuoto.

La storia vera dietro la finzione

Il film, presentato in anteprima alle Giornate degli Autori durante la scorsa Mostra del Cinema di Venezia, affonda le sue radici in un agghiacciante fatto di cronaca, che ha scosso il Piemonte e non solo. La vicenda, i cui sviluppi giudiziari hanno tenuto banco per lungo tempo, ha per vittima Gloria Rosboch, un’insegnante originaria di una benestante famiglia del Canavese, scomparsa il 13 gennaio 2016. Le indagini, partite da una denuncia per truffa che la donna aveva sporto un anno prima contro un suo ex allievo, si conclusero con la tragica scoperta del suo, gettato in una discarica dopo l’omicidio. L’uomo, come emerso dalle investigazioni, le aveva sottratto una cospicua somma di denaro alimentando promesse di una vita insieme.

Il registro narrativo di Gelormini

Per il regista Nicolangelo Gelormini, al suo secondo lungometraggio dopo l’esordio con “Fortuna” nel 2021, “La gioia” rappresenta una nuova immersione nella realtà trasfigurata dalla lente del cinema. L’approccio, come lui stesso ha sottolineato, è quello di attraversare la realtà servendosi dell’immaginazione, cercando di distillare il senso profondo di una tragedia che, nelle sue parole, si compie a più livelli. La pellicola non si limita a ricostruire i fatti di sangue, ma indaga le dinamiche relazionali e i vuoti emotivi che li hanno preceduti, soffermandosi su quella che l’attrice protagonista definisce una diffusa “diseducazione sentimentale”.

Oltre la ricostruzione cronachistica

La riflessione di Golino sul personaggio e sulla storia va infatti al di là della semplice biografia o della cronaca nera. L’interprete, la cui performance è modellata attorno a un’estetica volutamente anti-glitter, coglie nella parabola di Gioia – questo il nome del personaggio ispirato alla vittima – un’aspirazione universale e al tempo stesso tragica. Quella ricerca di un attimo di pienezza assoluta, simboleggiato dal Titolo stesso del film, per il quale la donna è disposta a rischiare tutto, finendo per diventare vittima di se stessa e delle proprie proiezioni sugli altri. La regia, evitando il sensazionalismo, concentra lo sguardo sugli abissi psicologici e sul fallimento di una comunicazione autentica, elementi che trasformano un caso di cronaca in un racconto dalle risonanze più ampie.

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