Il Como sogna l’Europa che conta, ma la Champions impone il nodo delle liste e lo stadio non basta: dentro la sfida del settlement Uefa
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Redazione Sport
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Il Como, quarto in classifica al termine di un’ultima tornata di campionato che ne ha confermato la solidità, si trova a fare i conti con un paradosso che nel calcio contemporaneo è sempre più frequente: quello di dover gestire il peso di un successo che, sul campo, appare ormai legittimo, ma che fuori dal rettangolo verde richiede strutture, tempistiche e parametri economici dai quali nessun club, neppure quello sorretto da una proprietà solida come quella degli Hartono, può prescindere. Il sogno, alimentato dal gioco spumeggiante costruito da Cesc Fabregas e da una serie di risultati che hanno proiettato i lariani tra le principali pretendenti a un posto nelle prime quattro, si scontra con l’apparato normativo della Uefa, dove la qualificazione alla massima competizione europea non passa soltanto dalla classifica, ma da un percorso burocratico fatto di vincoli finanziari, infrastrutturali e regolamentari. In particolare, il nodo riguarda tre aspetti che rischiano di rallentare, o quantomeno condizionare pesantemente, la corsa del club verso un traguardo impensabile fino a pochi mesi fa: la composizione delle liste per le competizioni europee, la situazione dello stadio Sinigaglia e il cosiddetto settlement agreement, quell’accordo con la Uefa che impone agli club partecipanti alle coppe il rispetto rigido dei principi del fair play finanziario.
Dal punto di vista tecnico, la questione delle liste è forse la più immediata, ma non per questo meno intricata. La normativa Uefa prevede parametri stringenti sul numero di calciatori formati nel settore giovanile del club o nel paese di appartenenza, vincoli che per una squadra come il Como, cresciuta rapidamente attraverso investimenti mirati su giovani talenti internazionali quali Nico Paz e Baturina, diventano un’insidia concreta. L’ossatura della squadra, costruita con un mix di scommesse vincenti dal mercato estero ed elementi di esperienza, non era stata pensata in origine per rispettare i paletti della lista Champions, dove gli spazi sono limitati e ogni slot occupato da un calciatore extracomunitario o non formato in Italia finisce per ridurre la flessibilità strategica. Non si tratta di un ostacolo insormontabile, ma della necessità di rivedere l’impianto stesso della rosa, operazione che nelle intenzioni della dirigenza avrebbe dovuto attendere una fase più avanzata del progetto, non certo il secondo anno consecutivo in massima serie.
Più strutturale, e forse più complesso da risolvere nei tempi imposti dal calendario calcistico, è il problema legato all’impianto sportivo. Lo stadio Sinigaglia, suggestivo per la sua posizione affacciata sul lago ma oggettivamente inadeguato per gli standard richiesti dall’Uefa in termini di capienza, spazi per i media, infrastrutture per i flussi di pubblico e sistemi di sicurezza, rappresenta un altro degli scogli che la proprietà si trova a dover affrontare. L’idea di fondo del progetto degli Hartono, quella cioè di costruire un ecosistema che parta dal campo ma si ramifichi in molteplici direzioni interconnesse, ha sempre incluso il miglioramento delle strutture; ma il salto in Champions League, eventualmente, arriverebbe prima che il piano di ristrutturazione o di costruzione di un nuovo impianto possa essere portato a termine. Le deroghe sono possibili, ma la Uefa è storicamente restia a concederle per una competizione come la Champions, dove l’omogeneità degli stadi è considerata un prerequisito fondamentale.
L’aspetto forse più delicato, però, resta quello legato al settlement agreement, il percorso di rientro concordato con l’organismo di controllo del calcio europeo per chiudere le pendenze legate al fair play finanziario. Per il Como, come per molti club che negli ultimi anni hanno compiuto salti di categoria o incrementi importanti del monte ingaggi, il vincolo impone un monitoraggio costante su parametri come l’indebitamento, il rapporto tra costi del personale e ricavi, e l’ammontare delle perdite consentite. Raggiungere la Champions, con i relativi introiti, rappresenterebbe una manna dal cielo per risanare i conti, ma proprio l’anticipo di questo traguardo rispetto ai piani di sostenibilità a lungo termine potrebbe creare una dissonanza: per iscriversi alla competizione, il club dovrebbe dimostrare già nella primavera del prossimo anno di essere in regola con i parametri, ovvero in un momento in cui il bilancio riflette ancora investimenti fatti nella fase di costruzione della squadra e non ancora i proventi delle coppe.
E se il problema arrivasse proprio quando tutto sembra perfetto, con la classifica che sorride, il gioco che convince e l’entusiasmo che cresce, il calcio ricorda sempre che non basta vincere sul campo. Il metodo Fabregas, quell’impronta chiara che mescola la lezione di Arsene Wenger a una lettura moderna del calcio italiano, ha dato un’identità precisa a un gruppo che in pochi mesi ha smesso di essere considerato una meteora. Ma l’identità sportiva, in questo momento, si trova a fare i conti con un’identità amministrativa che il club deve ancora definire compiutamente. Il progetto della famiglia Hartono, che aveva già anticipato con investimenti per 55 milioni in settori paralleli (dal digitale ai negozi) la volontà di non essere solo una squadra di calcio, si trova ora davanti a un test di maturità: trasformare l’entusiasmo di una stagione da sogno in una piattaforma stabile e riconosciuta dall’apparato europeo. Non si tratta di ostacoli insormontabili, ma di variabili che obbligano a pianificare con una precisione chirurgica ogni mossa di mercato e ogni scelta societaria, in un momento in cui il campo continua a spingere verso l’alto, indifferente alle scadenze burocratiche che attendono fuori.
Liste, stadi e vincoli finanziari: il triangolo che può fermare il volo
La normativa Uefa sulle liste per la Champions League rappresenta, per una squadra costruita con una strategia di mercato aggressiva come quella lariana, un vincolo che limita le opzioni. I calciatori formati nel vivaio o in Italia diventano una risorsa preziosa, e in una rosa pensata per valorizzare talenti pescati a livello globale, la redistribuzione degli slot rischia di imporre scelte dolorose. A ciò si aggiunge la dimensione infrastrutturale: il Sinigaglia, nonostante il fascino che lo rende unico nel panorama italiano, non risponde ai requisiti minimi di capienza e servizi richiesti per la fase a gironi della massima competizione europea. Senza una soluzione rapida, il club si troverebbe a dover chiedere una deroga o a individuare una sede alternativa, ipotesi che andrebbe a intaccare il legame con il territorio e l’identità stessa del progetto.
Il settlement Uefa e la sfida della sostenibilità anticipata
Il terzo fronte, quello del settlement agreement, è il più insidioso perché tocca il cuore della governance economica. L’accordo con la Uefa, siglato per allineare i conti ai parametri del fair play finanziario, impone un percorso di rientro che non prevede accelerazioni improvvise senza una corrispondente solidità patrimoniale. Arrivare in Champions prima che il piano triennale di risanamento sia completato potrebbe essere una benedizione in termini di cassa, ma richiederebbe al club di dimostrare la propria affidabilità in anticipo sui tempi previsti, con tutte le verifiche del caso da parte dell’organo di controllo. I 55 milioni investiti dalla famiglia Hartono nei settori collaterali al calcio dimostrano una visione di lungo termine, ma il salto europeo richiede che il core business – il campo – sia sostenuto da una struttura che, oggi, è ancora in fase di allineamento rispetto agli standard richiesti dalla Uefa.




