Irina Shayk, quel vecchio sogno di Carlo Conti per Sanremo diventa realtà nel 2026 tra moda, ricordi e il ritorno di Eros Ramazzotti

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Certe idee, quando nascono, sembrano destinate a restare chiuse in un cassetto; altre, invece, aspettano soltanto il momento giusto per esplodere con la forza di un boato. E quella di Carlo Conti, inseguita per oltre dieci anni e rimasta impigliata tra cachet vertiginosi e agende internazionali impossibili da sincronizzare, quella stessa idea è infine rimbalzata fuori da quel cassetto per materializzarsi sul palco più illuminato d’Italia. Sarà infatti Irina Shayk, la supermodella russa dai tratti tataro-brasiliani che compirà quarant’anni proprio in questi giorni, a salire mercoledì 26 febbraio sul palco del Teatro Ariston per affiancare Conti e Laura Pausini nella terza serata del Festival del 2026 -1-2-8.

L’annuncio, arrivato come un fulmine a ciel sereno attraverso un video pubblicato dal direttore artistico sui propri canali social, ha il sapore di una promessa mantenuta con sé stesso: «Nella serata di giovedì insieme a me e a Laura Pausini ci sarà una delle donne più belle del mondo, una modella straordinaria, bellissima, bravissima attrice» ha dichiarato Conti nel breve filmato, parole cui la stessa Shayk ha risposto a distanza di poche ore definendo l’invito «un sogno che diventa realtà» e ringraziando per quella chiamata che, a distanza di un decennio, ha finalmente trovato la sua naturale conclusione -2-7. Di quel primo tentativo – era il 2015, e allora la top model era sentimentalmente legata all’asso del calcio Cristiano Ronaldo – era rimasta traccia soltanto nelle cronache dell’epoca, e il fatto che Conti abbia scelto di riprendere quel filo interrotto dice molto della determinazione con cui il conduttore toscano intende modellare questa settantaseiesima edizione del Festival.

Il giallo della terza serata e la scelta di un’icona globale

Che la terza serata fosse diventata improvvisamente una polveriera lo si era capito nei giorni immediatamente precedenti all’ufficializzazione del nome di Irina Shayk: il forfait di Andrea Pucci, inizialmente destinato a quella stessa giovedì sera, aveva aperto un buco di programma non semplice da rattoppare -1. Eppure Conti, piuttosto che limitarsi a una semplice sostituzione, ha evidentemente deciso di alzare il tiro, trasformando una defezione in un’occasione per conferire alla kermesse quel respiro internazionale che da tempo insegue. La scelta non è affatto casuale, e non riguarda soltanto la fama planetaria della modella di Emanželinsk – quelle oltre quarantasei copertine di Vogue, le passerelle per Versace, Valentino, Miu Miu, il debutto cinematografico in Hercules al fianco di Dwayne Johnson – ma anche il simbolismo di una presenza femminile che, insieme all’annuncio di Pilar Fogliati come co-conduttrice della seconda serata, riequilibra quel predominio maschile che rischiava di caratterizzare le prime fasi del Festival -1-7-8.

Dalle miniere degli Urali alle luci dell’Ariston

C’è poi un’altra storia, ed è quella che Irina Shayk porta con sé come un tatuaggio invisibile sotto gli abiti di alta moda: la storia di una bambina cresciuta in un villaggio della steppa russa, figlia di un minatore di carbone morto quando lei aveva quattordici anni e di una madre costretta a inventarsi due lavori pur di tirare avanti -2-9. E mentre si prepara a calcare quel palco che, ha detto, «è iconico», viene naturale pensare alla distanza siderale che separa la sala da concerto più famosa d’Italia da quelle scuole di musica dove la piccola Irina, a sei anni, studiava pianoforte seguendo le orme materne, o dal concorso di bellezza regionale vinto nel 2004 – Miss Čeljabinsk – quando accompagnava la sorella in quell’istituto di estetica che le avrebbe cambiato la vita -2-9. Non era scontato, allora, che quella ragazza che non parlava inglese e che durante i primi provini parigini faticava persino a mangiare potesse trasformarsi in una delle modelle più pagate del pianeta; e non è scontato, oggi, che scelga di raccontare quella distanza proprio sul palco dell’Ariston.

Un ingranaggio perfetto tra musica, memoria e passaggi di testimone

L’innesto di Irina Shayk nella terza serata si inserisce in un mosaico più ampio che il direttore artistico sta componendo con cura certosina: la stessa sera di giovedì 26 febbraio, infatti, vedrà il ritorno all’Ariston di Eros Ramazzotti, artista che proprio a Pippo Baudo – il grande scopritore di talenti scomparso nell’agosto del 2025, cui questa edizione del Festival è idealmente dedicata – deve la vittoria tra le Nuove Proposte del 1984 con Terra promessa -1. Il cerchio, in qualche modo, si chiude: da una parte il ricordo di chi ha costruito la leggenda del Festival, dall’altra l’apertura verso un immaginario globale che passa attraverso il volto di una donna che, nonostante abbia frequentato i red carpet di Cannes, il Met Gala e gli Academy Awards, continua a definire sé stessa semplicemente come «una ragazza russa cresciuta in mezzo al nulla» -2-9. Quanto alla sua vita privata – le relazioni con Ronaldo, Bradley Cooper, e più recentemente il breve flirt con Tom Brady – sono dettagli che i rotocalchi hanno ampiamente dissezionato, ma che sul palco dell’Ariston probabilmente lasceranno spazio a qualcosa di più sfumato e meno prevedibile -2-5. Del resto, come ha scritto qualcuno, a Sanremo non si viene per raccontarsi, ma per mostrare ciò che si è diventati.

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