Il sorpasso delle elettriche cinesi in Italia e la sfida hi-tech che mette in crisi l'Europa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L'onda lunga dell'automotive cinese ha ormai travolto anche il mercato italiano, con numeri che impongono una riflessione stridente: le auto provenienti dalla Cina conquistano una fetta pari al 12% del totale delle immatricolazioni, ma è nel segmento delle elettriche che il dato assume i contorni di un vero e proprio dominio, toccando il 39% delle vendite.

Un risultato che, nelle analisi di sindacati e dell'associazione dei costruttori, porta con sé un'amara considerazione: gli incentivi statali varati dal Mimit, pensati per rilanciare la filiera europea, avrebbero finito per alimentare in larga parte i bilanci dei costruttori asiatici, trasformando un provvedimento concepito per la transizione ecologica in un acceleratore per la concorrenza cinese.

La fabbrica come arma segreta

Se il dibattito pubblico si è finora concentrato sulle batterie al litio, sul costo della manodopera o sui generosi sussidi del governo di Pechino, la realtà che sta cambiando gli equilibri del settore è molto più sotterranea e, per certi versi, meno immediata: è dentro le fabbriche che si gioca la partita decisiva, dove la Cina ha deciso di giocarsi il tutto per tutto su un fronte preciso, quello della manifattura avanzata.

Robotica collaborativa, sistemi di intelligenza artificiale in grado di ottimizzare i processi in tempo reale e una digitalizzazione spinta fino all'ultimo metro della linea produttiva rappresentano ormai lo standard negli impianti più evoluti del gigante asiatico, trasformando il vecchio stereotipo dell'operaio a basso costo in un'immagine ormai obsoleta e fuorviante.

Il governo cinese ha inserito la produzione intelligente tra le priorità strategiche del proprio sviluppo industriale, spingendo le case automobilistiche a integrare l'IA non come un'opzione futuribile, ma come un requisito imprescindibile per gli stabilimenti di nuova generazione. Un approccio che, secondo gli analisti del settore, ha permesso di ridurre i tempi di assemblaggio e migliorare il controllo qualità con una precisione che gli stabilimenti europei, spesso appesantiti da linee produttive concepite decenni fa, faticano a raggiungere.

E così, mentre in Germania colossi come Bmw, Volkswagen, Porsche e Mercedes presentano bilanci in chiaroscuro e annunciano piani di ristrutturazione che tagliano posti di lavoro, le fabbriche cinesi continuano a macinare veicoli a un ritmo che non accenna a rallentare, con il vantaggio di poter sperimentare soluzioni tecnologiche in una fase ancora embrionale del prodotto.

Il nodo degli incentivi e la perdita di competitività

Il dato rilevato dall'Anfia, l'associazione che rappresenta la filiera dell'auto italiana, è impietoso e restituisce la dimensione di una crisi che non è solo congiunturale: dal 2019 a oggi i costruttori europei hanno accumulato una perdita secca di circa 4 milioni di veicoli prodotti, un buco che non è stato più recuperato nonostante la ripresa della domanda post-pandemica.

Roberto Vavassori, presidente dell'Anfia, ha più volte sollevato il problema in termini netti, sottolineando come le strategie adottate finora dall'Unione Europea si siano rivelate inadeguate di fronte alla velocità di esecuzione e alla capacità di investimento dei competitor asiatici, che non hanno esitato a bruciare le tappe della transizione elettrica con un'aggressività che l'industria europea ha pagato sul piano della competitività.

Il provvedimento italiano, che aveva destinato fondi specifici per incentivare l'acquisto di veicoli a basse emissioni, si è trovato di fatto a finanziare un mercato che già premiava le vetture cinesi, grazie a un rapporto qualità-prezzo difficile da eguagliare per i marchi tradizionali.

Una dinamica che ha generato un cortocircuito politico-industriale, con i sindacati che denunciano una mancanza di visione e l'associazione dei costruttori che chiede un cambio di rotta radicale nelle politiche di Bruxelles, mentre le voci più critiche annunciano mobilitazioni fino a Strasburgo per portare il malcontento direttamente nelle sedi decisionali europee.

L'industria europea tra rincorsa e ristrutturazione

Il quadro che emerge dalle dichiarazioni dei vertici del settore e dai numeri diffusi dagli osservatori è quello di un'industria che arranca, con i grandi gruppi tedeschi costretti a rivedere i propri piani di produzione e a confrontarsi con una domanda interna che non tiene il passo delle aspettative.

La perdita di quei 4 milioni di veicoli rappresenta un'emorragia che non può essere attribuita solo alla pandemia o alla carenza di semiconduttori, ma che affonda le radici in una sottovalutazione della portata della sfida cinese, iniziata quando ancora si parlava di auto elettriche come di una nicchia per pochi appassionati.

Oggi che l'elettrico è diventato il terreno di scontro principale, l'Europa si trova a inseguire non solo sul fronte delle batterie, ma su quello più complesso dell'intera architettura produttiva, dove la Cina ha investito risorse e competenze con una determinazione che ha pochi precedenti nella storia industriale recente.

La strategia adottata da Pechino non si limita a esportare prodotti finiti, ma mira a esportare un modello: fabbriche interconnesse dove l'intelligenza artificiale supervisiona ogni fase del processo, riducendo gli sprechi e aumentando la flessibilità, in modo da poter adattare la produzione alle variazioni della domanda in tempi che in Europa sarebbero impensabili.

Un modello che, peraltro, non si ferma ai confini nazionali, ma che sta già trovando applicazione negli stabilimenti che i costruttori cinesi stanno aprendo in vari paesi del mondo, creando una rete di produzione globale che aggira i dazi e le barriere commerciali.

Di fronte a questa avanzata, le case automobilistiche europee si trovano a dover rincorrere su più fronti, cercando di recuperare il gap tecnologico mentre gli azionisti premono per risultati immediati e i governi chiedono di salvaguardare l'occupazione, un triangolo di pressioni che rischia di paralizzare qualsiasi decisione strategica di lungo periodo.

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