Andrea Cavallari, dalla laurea alla latitanza: i soldi, la fuga e il carcere in Spagna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Andrea Cavallari credeva di poter sfuggire al suo passato. Ventiseienne di Bomporto, nel modenese, aveva ottenuto un permesso dal magistrato di sorveglianza per discutere la tesi all’Università di Bologna, un traguardo che avrebbe potuto segnare una svolta. Invece, approfittando di quella concessione, ha tagliato la corda, lasciandosi alle spalle non solo il carcere della Dozza, dove stava scontando una condanna definitiva per la strage alla Lanterna Azzurra di Corinaldo, ma anche le sei vittime – cinque ragazzi e una madre – che nel dicembre 2018 persero la vita in quella tragedia.

La sua latitanza, durata poco più di due settimane, si è conclusa a Barcellona, dove è stato arrestato e trasferito nel penitenziario di Brians 1 in attesa dell’estradizione. Quello che colpisce, oltre alla facilità con cui è riuscito a varcare i confini, è il tenore di vita che si è potuto permettere durante la fuga. Telefono cellulare, carta di credito e fondi a disposizione: elementi che fanno supporre un piano ben orchestrato, con complicità esterne. "Basta seguire i soldi", ammoniva Giovanni Falcone, e proprio su questa pista si concentrano ora gli investigatori.

A perdere le speranze è anche Marco Montanari, patrigno di Cavallari, che lo ha cresciuto cercando di guidarlo lontano dai suoi demoni. "Nemmeno la laurea può cambiare elementi così", ha dichiarato al Corriere della Sera, ammettendo una rassegnazione che suona come un addio. Quella laurea, ottenuta in diritto penitenziario, appare oggi un paradosso amaro: un titolo studiato tra le mura di un carcere, utilizzato poi per evadere non solo dalla prigione fisica ma anche da quella simbolica del proprio ruolo in una delle pagine più dolorose della cronaca recente.

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