Profilazione razziale nelle forze dell'ordine italiane, un problema persistente

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il recente rapporto della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), pubblicato il 22 ottobre, ha riacceso i riflettori su un problema che, sebbene noto da tempo, continua a non ricevere l'attenzione necessaria: la profilazione razziale da parte delle forze dell'ordine italiane. Questo fenomeno, che coinvolge in particolare persone di origine africana e rom, è stato segnalato anche dal Comitato delle Nazioni Unite per l'eliminazione della discriminazione razziale (CERD) oltre un anno fa, evidenziando come la discriminazione e la profilazione razziale siano pratiche ricorrenti e allarmanti.

Il rapporto dell'ECRI, che ha suscitato una forte reazione da parte del governo Meloni, descrive numerose testimonianze di individui che hanno subito controlli e perquisizioni basati esclusivamente sulla loro origine etnica o sul loro aspetto fisico. Queste pratiche, secondo l'ECRI, non solo violano i diritti umani fondamentali, ma contribuiscono anche a creare un clima di sfiducia e tensione tra le minoranze e le forze dell'ordine.

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso il "profondo sdegno" del governo italiano per le accuse mosse dal Consiglio d'Europa, sottolineando la necessità di rispettare chi serve il Paese. Tuttavia, le dichiarazioni di Tajani non sembrano affrontare il problema alla radice, limitandosi a difendere l'operato delle forze dell'ordine senza proporre soluzioni concrete per prevenire e sanzionare la profilazione razziale.

Il generale Roberto Vannacci, eurodeputato della Lega, ha difeso le pratiche di controllo delle forze dell'ordine, affermando che fermare individui sospetti per provenienza o atteggiamento non equivale a razzismo, ma è una misura necessaria per prevenire il crimine.

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