Furto ad Antonello da Messina, l’allarme suonò ma venne spento dai custodi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre le indagini sulla maxi rapina al MuMe di Messina continuano a tenere banco, emerge un elemento inquietante che rischia di riorientare le ipotesi investigative: il sistema di allarme del museo, secondo quanto si apprende, avrebbe funzionato regolarmente nella serata del 15 agosto, ma sarebbe stato disattivato direttamente dai custodi in servizio. Una circostanza, questa, che getta un'ombra lunga e pesante sul ruolo degli addetti alla sorveglianza, ora al centro dell'attenzione della Squadra Mobile diretta da Simone Scalzo.

Non è stato trovato alcun furgone riconducibile ai malviventi, nonostante nelle prime ore successive al colpo fosse circolata insistentemente la voce di un sequestro di un mezzo proprio nella notte di Ferragosto, voce che le forze dell'ordine hanno prontamente smentito a partire da lunedì sera. E così i riflettori, gradualmente, si sono spostati dall'esterno all'interno dell'istituzione culturale, alimentando il sospetto che qualcuno, all'interno del museo, possa aver giocato un ruolo decisivo, se non come esecutore materiale, quantomeno come basista.

Il colpo in pochi minuti e il vuoto lasciato dai capolavori

Il furto è avvenuto in una finestra temporale ristrettissima, tra le 20 e le 21 del giorno di Ferragosto, quando il museo era ormai chiuso al pubblico e la città era immersa nei festeggiamenti estivi. I ladri hanno agito con rapidità e determinazione, portando via tre delle tavole che componevano il celebre Polittico di San Gregorio, opera capitale del Rinascimento siciliano, e una rarissima tavoletta bifronte raffigurante la Madonna col Bambino e il Cristo in pietà.

Al loro posto, quando il museo ha riaperto i battenti, i visitatori hanno trovato due grandi teli neri, che coprono i vuoti lasciati dalle opere come fossero drappi funebri: uno a nascondere lo spazio del polittico, l'altro la colonna che ospitava la tavoletta. Un silenzio eloquente che racconta meglio di qualsiasi parola la portata della perdita, definita dall'assessore regionale ai Beni culturali Francesco Paolo Scarpinato come una ferita profonda inferta non solo alla città di Messina ma all'intera Sicilia e al patrimonio culturale nazionale.

Scarpinato si è recato personalmente sul posto nella giornata di ieri per compiere un sopralluogo e verificare le condizioni dei sistemi di sicurezza e di sorveglianza, rimanendo evidentemente colpito dalla facilità con cui i malviventi sono riusciti a eludere le barriere protettive.

La doccia fredda di Vittorio Sgarbi e l'attacco alla sicurezza

A gettare ulteriore benzina sul fuoco delle polemiche è stato il critico d'arte Vittorio Sgarbi, che non ha usato mezzi termini nel commentare l'accaduto. L'ex sottosegretario al Ministero della Cultura ha definito i ladri degli "ignoranti", convinto che non riusciranno mai a piazzare sul mercato clandestino opere così celebri e inconfondibili, la cui vendita risulterebbe praticamente impossibile data la loro notorietà e il loro inestimabile valore storico-artistico.

Tuttavia, Sgarbi non ha risparmiato critiche feroci nemmeno al sistema di sicurezza del MuMe, sottolineando come episodi del genere siano il frutto di una cronica negligenza nella protezione dei beni culturali italiani, un problema che da anni denuncia senza trovare ascolto. Le sue parole, seppure aspre, trovano un riscontro concreto nei fatti emersi in queste ore: se l'allarme ha funzionato ma è stato spento, allora il problema non è solo tecnologico ma squisitamente umano, legato alla gestione del personale e alla affidabilità di chi è preposto alla custodia dei capolavori.

Le indagini della Squadra Mobile e il fronte interno

Gli investigatori guidati da Simone Scalzo stanno dunque vagliando con attenzione la posizione dei custodi che quella sera erano in servizio, verificando i turni, le telecamere di sorveglianza interna e le eventuali comunicazioni esterne. L'ipotesi che si sia trattato di un aiuto interno, di un basista che ha fornito informazioni preziose sui tempi e sui modi per agire indisturbati, è diventata la pista privilegiata, anche se al momento non vi sarebbero elementi concreti per formalizzare un'indagine a carico di specifici soggetti.

La direttiva regionale che impone tagli al personale e alle risorse per la vigilanza nei musei siciliani, una scelta politica contestata da più parti, finisce per essere inevitabilmente chiamata in causa da questo episodio, che ne mette in luce le conseguenze più drammatiche.

Mentre i magistrati della Procura di Messina coordinano le indagini e la questura mantiene il massimo riserbo sui dettagli operativi, resta il dato di fatto che quattro opere di inestimabile valore sono sparite nel nulla, e che il sistema che avrebbe dovuto proteggerle ha mostrato una falla che pare essere interna più che tecnica, sollevando interrogativi scomodi su negligenze, complicità o forse qualcosa di peggio.

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