I volti di Corleone e lo sguardo di Toscani, un ricordo a un anno dalla scomparsa
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A un anno dalla morte, le commemorazioni per Oliviero Toscani assumono le forme più varie, ma una, in particolare, sembra riassumerne lo spirito anticonformista e provocatorio. È il tributo che gli hanno reso i corleonesi, quelli autentici, gli abitanti della cittadina il cui nome è stato tragicamente usurpato dalla cronaca nera per decenni. Nel 1996, infatti, il fotografo compì una delle sue incursioni più memorabili proprio a Corleone, dove decise di realizzare un catalogo di moda. Un’idea, quella di andare a cercare volti e storie in un luogo spesso associato solo a fatti di sangue, che incarnava perfettamente il suo approccio: sfidare le percezioni comuni, utilizzando l’immagine per raccontare realtà complesse, al di là dei pregiudizi e dei luoghi comuni. Quella campagna, che all’epoca fece molto discutere, oggi riemerge come parte di un patrimonio visivo sterminato, che un nuovo documentario prova a ordinare e a presentare al pubblico.
Un documentario come viaggio nell'archivio di un visionario
Proprio in questi giorni, su Sky Arte e sulla piattaforma NOW, ha fatto il suo debutto “Oliviero Toscani. Chi mi ama mi segua”, un lavoro diretto da Fabrizio Spucches, collaboratore dell’artista per un decennio. Il filmato, della durata di poco più di un’ora, si configura come un viaggio inedito all’interno dell’ampio archivio privato di Toscani, un luogo dove si accumulano, in un flusso apparentemente caotico, rullini di negativi, diapositive e materiali video, molti dei quali mai mostrati prima. Attraverso questo percorso, arricchito dalle voci di chi ha incrociato la sua strada, come Patti Smith, Fran Lebowitz e Luciana Benetton, si delinea la figura di un artista che ha sfruttato la fotografia non solo come mezzo estetico, ma soprattutto come potente strumento di comunicazione e di dibattito, aprendo e consolidando strade nuove nel panorama visivo globale.
L'irriverenza come cifra stilistica e di vita
Il documentario non trascura, com’è ovvio, l’irriverenza che fu il marchio di fabbrica di Toscani, una caratteristica che permeava tanto le sue campagne pubblicitarie più discusse quanto la sua visione della vita. Una frase, in particolare, riassume questo atteggiamento: “L’unica foto che non riuscirò mai a vedere è la mia da morto”. È con questa dichiarazione, seguita da una sua risata, che il film si conclude, lasciando allo spettatore l’eco di uno spirito indomabile. Quella risata sembra voler seppellire ogni retorica e ogni pietismo, ricordando come l’artista abbia sempre vissuto la propria esistenza e la propria professione con un’energia inesausta, come lui stesso amava ricordare affermando di non essersi mai annoiato e di non sopportare chi gli parlasse di stanchezza.
Lo sguardo che ha cambiato la comunicazione
Ripercorrere la carriera di Toscani significa, inevitabilmente, rileggere i cambiamenti di un’epoca intera dal punto di vista della comunicazione visiva. Le sue immagini, che siano state scattate per la moda o per progetti personali, hanno spesso scosso l’opinione pubblica, costringendo a guardare in faccia realtà scomode o a rivedere stereotipi consolidati. Il suo lavoro a Corleone ne è un esempio lampante: in quel caso, portò l’obiettivo in un territorio segnato da inchieste giudiziarie lunghe e dolorose, scegliendo di mostrare non i fatti di cronaca, ma i volti e le persone che in quel luogo vivono ogni giorno. Un’operazione che, al di là del suo valore estetico o commerciale, rappresenta un tassello fondamentale di un metodo che ha sempre mescolato arte, provocazione e impegno sociale, lasciando un segno indelebile nel modo di concepire il potere di un’immagine.




