Oliviero Toscani, l'eredità di un visionario in un documentario Sky Arte
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
A un anno dalla scomparsa, avvenuta a Cecina all'età di ottantatré anni, l'arte irriverente e il pensiero spiazzante di Oliviero Toscani tornano in primo piano con il documentario "Oliviero Toscani. Chi mi ama mi segua", prodotto in esclusiva per Sky Arte e disponibile sulla piattaforma NOW. L'opera, che ha debuttato in onda il 13 gennaio, si propone come un viaggio articolato, e per molti versi inedito, dentro la stratificata carriera di un fotografo che, sfruttando con geniale lungimiranza il potere della comunicazione visiva, ha saputo consolidare strade nuove e spesso impervie, trasformando l'immagine in un linguaggio civile di forte impatto sociale. La regia è affidata a Fabrizio Spucches, figura che per un decennio ha collaborato a stretto contatto con l'artista, e che ha quindi potuto attingere con cognizione di causa all'immenso archivio privato, selezionando materiali spesso mai mostrati al pubblico, dai rullini di negativi a sequenze video d'epoca.
Un racconto costruito su immagini e testimonianze
Il documentario, della durata di poco più di un'ora, evita una struttura puramente cronologica per abbracciare invece un flusso più intuitivo e soggettivo, quasi a riflettere la stessa natura "turbinante e dirompente" del suo soggetto. Spucches unisce, come egli stesso definisce, "supersonicamente i puntini" di un'esistenza creativa irrefrenabile, fatta di scatti che hanno letteralmente cambiato la percezione del mondo. Il tessuto narrativo è arricchito da interventi di personalità che hanno incrociato il percorso professionale e umano di Toscani, contribuendo a restituirne la complessità. Tra queste spiccano le voci della musicista e poetessa Patti Smith, della scrittrice Fran Lebowitz e di Luciana Benetton, figure che offrono prospettive personali e intime sul suo lavoro. La Smith, in particolare, commentando alcuni ritratti che la riguardano, sottolinea come in quelle fotografie si riconoscesse pienamente, rivelandone persino un segreto personale.
La fotografia come atto di provocazione e di verità
Il Titolo stesso del lavoro, mutuato dallo storico e impertinente slogan di una celebre campagna pubblicitaria ideata da Toscani, funge da manifesto programmatico. L'artista, la cui inesausta curiosità traspare da ogni frame – "non mi sono mai annoiato" amava dichiarare –, viene raccontato senza alcuna retorica agiografica, ma piuttosto attraverso la forza delle sue opere e la radicalità delle sue idee. Il documentario esplora proprio questa capacità di usare l'obiettivo non come mero strumento di rappresentazione, bensì come potente leva per scardinare convenzioni, discutere tabù e incidere profondamente sul costume e sull'immaginario collettivo. Le sue immagini, spesso di una crudezza volutamente disarmante, sfidavano lo spettatore a prendere posizione, rifiutando ogni forma di indifferenza o di passiva accettazione, in una continua ricerca di una verità scomoda ma necessaria.
L'ultima risata e l'eredità di un unicum
La conclusione dell'opera affida a Toscani l'ultima parola, o meglio, l'ultima risata. Con una battuta tipicamente disincantata, l'artista osserva che "l'unica foto che non riuscirò mai a vedere è la mia da morto", sigillando così con un'affermazione di sfida esistenziale il ritratto di una vita dedicata all'osservazione del mondo. Quella risata, che "seppellirà il mondo" secondo le parole che accompagnano le sequenze finali, racchiude lo spirito irriducibile di un creatore che ha sempre evitato le categorie predefinite. Il documentario di Sky Arte, nel suo insieme, non ambisce a essere una summa definitiva, ma piuttosto un omaggio all'"immensità creativa di un unicum mondiale", proponendo al pubblico un percorso attraverso un archivio visivo sterminato che resta, oggi più che mai, una miniera di stimoli e di interrogativi sulla potenza, e la responsabilità, dello sguardo.




