La tratta degli schiavi nei campi della Calabria: Bombardieri accusa “C’è la copertura della mafia”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La strage di Amendolara – dove quattro braccianti agricoli, tre afghani e un pakistano, sono stati bruciati vivi all’interno di un’auto presso un distributore di carburante lungo la Statale 106 – ha squarciato il velo di ipocrisia che spesso avvolge il fenomeno dello sfruttamento lavorativo nel Mezzogiorno, rivelando una realtà molto più oscura e strutturata della semplice illegalità legata al caporalato.

Secondo PierPaolo Bombardieri, segretario generale della Uil, non si può parlare di sfruttamento occasionale o di intermediazione illecita fine a sé stessa; l’efferatezza del gesto – l’auto data alle fiamme mentre le vittime erano ancora in vita – dimostrerebbe l’esistenza di un sistema che egli non esita a definire “tratta degli schiavi”, una catena di comando che trova nel territorio calabrese un terreno fertile grazie alla protezione offerta dalle consorterie mafiose locali.

I due presunti autori del massacro, entrambi di origine pakistana e attualmente in stato di fermo, non avrebbero potuto agire – né gestire il racket della manodopera – senza il consenso e la copertura della criminalità organizzata calabrese: “Pensate veramente che due persone che vengono da fuori Italia possano gestire il caporalato in un paese senza la copertura della mafia?

”, ha dichiarato il sindacalista a margine di un congresso a Catanzaro, sottolineando come in Calabria la cosiddetta “mafia pakistana” sia subordinata a quella locale e non possa muovere un passo senza il placet della ‘ndrangheta.

Le indagini della procura di Castrovillari, attualmente blindate, si concentrano proprio su questo snodo cruciale: non solo l’individuazione dei due fermati – Waseem Khan e gli altri – ma la rete di complicità che ne ha permesso l’operatività sul campo, con l’obiettivo di risalire al clan mafioso che avrebbe garantito l’impunità necessaria per ridurre in schiavitù decine di lavoratori stagionali.

Una circostanza, quest’ultima, resa ancora più drammatica dal destino dei corpi delle vittime, i quali giacciono ancora all’obitorio del cimitero di Amendolara senza che i familiari, residenti tra Afghanistan e Pakistan, abbiano potuto avviare le pratiche per il rimpatrio o le esequie, procrastinando un dolore che la comunità locale si è comunque preparata ad accogliere con un rito islamico.

La sindaca del luogo, Maria Acciardi, ha dovuto prendere atto che ufficialmente nessuna richiesta è ancora pervenuta dalle ambasciate o dai parenti, mentre gli inquirenti stringono il cappio attorno all’azienda agricola che impiegava i braccianti, cercando di verificare la regolarità dei contratti e, soprattutto, se vi fosse una continuità tra il sistema di intermediazione illegale e le modalità di reclutamento.

La risposta dello Stato: ispezioni estive e scontro politico sui numeri

In risposta alla crescente pressione mediatica e all’indignazione per quanto accaduto, il governo ha messo a punto un dispositivo straordinario di controllo: l’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), in sinergia con Inps, Inail e i carabinieri per la tutela del lavoro, ha attivato da giugno una campagna di vigilanza massiccia nel settore agricolo destinata a coprire l’intera stagione estiva, con l’obiettivo dichiarato di colpire il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento della manodopera stagionale.

Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, intervenuto alla Camera dei Deputati in un question time infuocato, ha rivendicato i numeri della strategia governativa: dal 2022 a oggi sarebbero state effettuate 1.895 denunce e 346 arresti per intermediazione illecita, mentre le ispezioni sarebbero passate dalle 100 mila del 2022 alle oltre 157 mila del 2025, grazie a un incremento dell’organico ispettivo che conta ora 4.366 unità.

Tuttavia, il ministro ha voluto sottolineare – con una precisazione che sa di schermaglia politica – che i presunti autori della strage di Amendolara sarebbero entrati in Italia ben prima dell’attuale giunta esecutiva (precisamente nel 2018 e nel 2022), aggiungendo che le vittime, sebbene vittime di un omicidio brutale, erano comunque in possesso di un titolo di soggiorno valido per lavorare, cercando così di smontare le critiche di chi imputa la tragedia alle rigidità della legge Bossi-Fini.

Critiche che non sono tardate ad arrivare, alimentando un aspro dibattito parlamentare: Davide Faraone, esponente di Italia Viva, ha definito “allibenti” i dati forniti dal Viminale, sostenendo che i controlli specifici sul caporalato siano in realtà drasticamente diminuiti negli ultimi anni (passati da 3.208 a 895) e che dei 200 milioni di euro stanziati dal Pnrr per il miglioramento delle condizioni abitative dei braccianti ne siano stati spesi solo 25, un’inefficienza che lascerebbe i lavoratori stagionali in balìa dei caporali.

Dall’altra parte dello schieramento, il segretario di +Europa Riccardo Magi ha invece insistito sulla necessità di superare la legge Bossi-Fini, definendola uno strumento inadeguato che produce un “esercito di ricattabili” a disposizione delle organizzazioni criminali; risposta piccata di Piantedosi, secondo il quale tale normativa “non c’entra nulla” con la vicenda di Amendolara, dato che i braccianti uccisi risultavano regolari.

Le opposizioni, dunque, accusano l’esecutivo di minimizzare la portata del fenomeno e di distogliere l’attenzione dalla mancanza di una strategia integrata che vada oltre il semplice aumento numerico delle multe, concentrandosi invece sulla prevenzione e sulla messa in sicurezza sociale dei migranti.

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