Strage di Amendolara, la trappola omicidiaria e le promesse di controllo del governo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La pianura di Sibari, da anni teatro di uno sfruttamento lavorativo spesso relegato ai margini dell’agenda politica, è stata scossa da un evento di tale efferatezza da rendere urgente una riflessione che vada oltre la semplice cronaca. Quattro braccianti agricoli – Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah e Amjad Safi – hanno perso la vita il primo giugno in un distributore di benzina ad Amendolara, trasformati in “torce umane” all’interno di un minivan preso d’assalto dalle fiamme.

Il racconto dell’unico superstite, Taj Mohammad Alamyar, ha fornito agli inquirenti la chiave di volta per decifrare la dinamica: non un incidente, né un semplice regolamento di conti, bensì una “trappola omicidiaria” ordita, secondo l’accusa, da due connazionali, Alì Raza e Ahmed Safeer, per punire quelle vittime che avevano osato chiedere un contratto regolare o il salario dovuto.

Il gip ha descritto una scena agghiacciante – una lenta agonia ostacolata deliberatamente dagli aggressori che bloccavano le portiere – qualificando l’accusa con le aggravanti della premeditazione e della crudeltà, segno di una violenza che nel mondo del lavoro sottopagato trova purtroppo talvolta il suo esito più letale.

Vertice in prefettura e lo scudo delle parole istituzionali

All’indomani della strage, la macchina delle istituzioni si è messa in moto con una riunione convocata in prefettura a Reggio Calabria, alla quale ha preso parte il ministro del Lavoro, Marina Calderone. Presentandosi al termine del vertice, Calderone ha assicurato che l’impegno dell’esecutivo contro il caporalato è “totale”, rivendicando l’esistenza di provvedimenti specifici per il contrasto allo sfruttamento in agricoltura.

Ha ricordato, tra le altre misure, la possibilità per chi denuncia condizioni di sfruttamento di ottenere non solo un permesso di soggiorno regolare, ma anche il supporto dell’assegno di inclusione, un meccanismo che nelle intenzioni dovrebbe fungere da volano per l’emancipazione dal giogo del caporale.

Nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa, il ministro ha insistito sulla necessità di “rafforzare la rete dei controlli” e aumentare la capacità ispettiva, parole che riecheggiano annunci già sentiti in passato, ma che ora si scontrano con l’urgenza di un territorio dove i braccianti, come testimoniato dalle cronache, dormono in dieci in una stanza e vengono trasportati come merce.

Il meccanismo del lavoro “grigio” e l’ombra della criminalità

Quanto accaduto ad Amendolara, per quanto estremo nella sua modalità esecutiva, affonda le radici in un sistema ben oliato che prospera nella Piana di Sibari, dove i contratti regolari esistono spesso solo sulla carta.

È il fenomeno del lavoro “grigio”, come lo definiscono gli operatori del settore: il lavoratore risulta formalmente assunto, ma le giornate retribuite in busta paga sono solo una frazione di quelle realmente lavorate – spesso otto o dieci ore per essere pagati appena trenta euro –, lasciando il resto in un limbo di illegalità che trasforma la disoccupazione agricola in un’integrazione al reddito da fame.

In questo contesto, i due fermati – che le indagini ritengono agissero come caporali – rappresentano l’anello di una catena che parte dalla domanda di manodopera a bassissimo costo e arriva fino ai campi. Sebbene la Procura di Castrovillari guidata da Alessandro D’Alessio non escluda piste alternative, il movente legato alla richiesta di diritti appare al momento quello più solido, suffragato dalle intercettazioni e dai filmati delle telecamere che hanno immortalato una “fermezza glaciale” negli autori del rogo.

Alcune voci, riportate da associazioni come la Cisl, suggeriscono addirittura che dietro il reclutamento della manovalanza possa esserci una fetta dell’economia controllata dalla criminalità organizzata locale, anche se gli inquirenti hanno al momento escluso un coinvolgimento diretto della ‘ndrangheta in questa specifica esecuzione.

La vita nei ghetti e la paura di denunciare

La condizione delle vittime, afghani e pakistani arrivati in Italia da tempo e in possesso di regolare permesso di soggiorno, restituisce l’immagine di una vulnerabilità che non dipende solo dallo status giuridico. Come raccontano le operatrici del progetto Supreme II a Corigliano, molti di questi lavoratori vivono segregati in campagne isolate, in alloggi fatiscenti dove i documenti vengono spesso trattenuti dai caporali per garantirsi l’obbedienza.

La paura, in questo ecosistema, è il lubrificante principale: chi arriva dalla Sardegna o dal Veneto – come i quattro morti – si affida completamente a chi lo ha reclutato, temendo rappresaglie o la perdita immediata del posto. È una prigione invisibile che rende eroico persino l’atto di alzare la cornetta per denunciare, nonostante la legge offra canali protetti per farlo.

E mentre in paese si organizzano manifestazioni e incontri tra sindaci per arginare il fenomeno, ciò che emerge con chiarezza è la necessità di andare oltre i vertici d’emergenza, indirizzando risorse umane verso ispettorati del lavoro cronicamente sotto organico e subordinando i fondi europei all’effettivo rispetto della dignità salariale dei braccianti. La strage di Amendolara, insomma, non è che il sintomo violento di un malessere che nelle campagne calabresi cova ormai da troppo tempo.

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