La trappola omicidiaria di Amendolara e il sistema dello sfruttamento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una Fiat Ulysse bloccata dall'esterno, la maniglia della porta scorrevole volutamente rotta per impedire qualsiasi via di fuga, e poi le fiamme che divorano l'abitacolo mentre quattro uomini – Waseem Khan, Safi Iayjad, Ullah Ismat Qiemi e Amin Fazal Khogjani – cercano disperatamente di salvarsi, usando braccia e gambe contro l'acciaio rovente. Questo il quadro agghiacciante emerso dalle indagini sulla strage di Amendolara, consumatasi sulla Statale 106 Jonica, che il procuratore di Castrovillari Alessandro D'Alessio non ha esitato a definire un atto di «barbarie inspiegabile».

Il gip Orvieto Matonti, convalidando il fermo dei due indagati pakistani Alì Raza e Ahmed Safeer, ha parlato di una vera e propria «trappola omicidiaria», descrivendo la «glaciale risoluzione criminosa» di chi ha aspettato che il rogo consumasse le sue vittime senza mostrare segni di pentimento.

La psicologia delle mafie dietro la violenza

Sebbene superficialmente si possa pensare a una rivalità etnica tra afghani e pakistani – tre delle vittime erano del primo paese, una del secondo –, chi studia il fenomeno da anni invita a non cadere in questa trappola narrativa. Alberto Polito, docente di psicologia clinica all’Unical ed esperto di migrazioni, ribatte con decisione: nessuna cultura è intrinsecamente più violenta di un'altra, e ridurre tutto a una questione di nazionalità significherebbe alimentare gli stessi pregiudizi che i calabresi subiscono altrove.

La radice del male, spiega Polito, affonda piuttosto nella mutazione della psicologia delle mafie, dove ciò che conta non è la provenienza geografica, ma il meccanismo perverso che riduce un uomo a merce. Le vittime, infatti, si ritrovano sotto lo stesso «campanile» dello sfruttamento, accomunate dall'essere «oppressi e schiavizzati dallo stesso sistema».

È l’estrema povertà, unita a un debito contratto per il viaggio che non si estingue mai (anzi, si moltiplica attraverso il ricatto dell’affitto e del trasporto pagati al caporale), a generare quella vulnerabilità che lo Stato, troppo spesso assente, non riesce a proteggere.

Il movente e la trappola mortale

Secondo quanto riportato nell’ordinanza del gip, la scintilla che ha innescato la furia omicida sarebbe stata una lite avvenuta la mattina stessa del delitto, scoppiata perché i braccianti non volevano più vivere in dieci all'interno di una stanza. Un rifiuto, quello delle vittime, considerato una sorta di affronto dagli aguzzini, una ribellione inammissibile in quel sistema di ricatti.

La dinamica, ricostruita anche grazie alle telecamere del distributore, è agghiacciante nella sua metodica crudeltà: dopo che un carabiniere della forestale aveva fermato il mezzo per un controllo (redarguendo il conducente per la guida pericolosa e per alcuni rifiuti gettati dal finestrino), i due caporali hanno atteso che il militare si allontanasse per agire. Hanno bloccato le portiere dall’esterno, impedendo la fuga; dal portellone posteriore, lasciato aperto, hanno versato la benzina direttamente addosso ai quattro, prima di lanciare l’accendino.

Tra le fiamme, solo Taj Mohammad Alamyar è riuscito a salvarsi, rotolando sull’asfalto con le braccia in fiamme dopo essersi fatto largo a gomitate.

La lunga scia di sangue nello schiavismo agricolo

Tragedie come quella di Amendolara hanno il sinistro potere di accendere i riflettori per un breve lasso di tempo, rivelando un sommerso che vive accanto a noi, e del quale paradossalmente usufruiamo quando i prodotti arrivano sulla nostra tavola. Si tratta di un sistema che prospera nell’indifferenza, dove i braccianti – spesso indeboliti da un passaporto non in regola – subiscono paghe da fame e un "doping" chimico per reggere i ritmi massacranti.

Il riferimento va a un passato che sembra non voler passare mai, a quella "domenica di sangue" del 1989 quando a Villa Literno uccisero Jerry Essan Masslo, il profugo sudafricano la cui morte suscitò, allora sì, un moto di indignazione nazionale. Trentasette anni dopo, con i campi che continuano a bruciare e ragazzi che vengono arsi vivi per essersi lamentati del sovraffollamento, l’eco di quel «mai più» sembra essersi spento nel rumore sordo di un’economia che ancora oggi mangia letteralmente sulla pelle degli ultimi.

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