La strage di Amendolara e il grido di Nicaso: "Non è una guerra tra poveri, c'è la mafia"
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Redazione Interno
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«Dietro alla tragedia di Amendolara, dove quattro braccianti sono stati arsi vivi, c’è la mano occulta della mafia». A parlare, con la consueta pacatezza che cela una conoscenza profonda del fenomeno criminale, è Antonio Nicaso, storico e saggista nonché uno dei massimi esperti mondiali delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Intercettato durante una pausa del convegno fiorentino che lo vede affiancato al procuratore Nicola Gratteri, Nicaso ha voluto ribaltare la narrazione superficiale che ridurrebbe l’eccidio a mera "faida tra disperati".
Il rogo del minivan, avvenuto in pieno giorno lungo la statale 106 a ridosso dell'area di servizio di Roseto Capo Spulico, non sarebbe quindi un episodio di violenza incontrollata, bensì l’esito tragico di una logica imprenditoriale criminale: quella del caporalato, un sistema che, come dimostrano i dati del rapporto Agromafie, muove complessivamente, tra lavoro nero e intermediazione illecita, cifre vicine ai 73 miliardi di euro.
Il sistema di controllo e la schiavitù invisibile
Il racconto del superstite, Taj Mohammad Alamyar, cittadino afgano di 35 anni originario di Jalalabad, ha fornito agli inquirenti della procura di Castrovillari la chiave per scardinare la presunta casualità dell’evento. Era seduto nel retro del furgone quando i due connazionali – poi fermati e identificati come Ahmed Safeer, detto Bat, e Ali Raza – hanno bloccato le portiere cospargendo l’abitacolo di carburante.
Lui, in un disperato corpo a corpo con i due "kapò", è riuscito a gettarsi sull'asfalto ustionato, salvandosi mentre gli altri quattro amici, tre afghani e un pakistano, morivano tra le fiamme. La loro colpa, a quanto pare, era quella di aver preteso il pagamento degli stipendi trattenuti dal 20 aprile: uno stipendio da fame, tra i 15 e i 20 euro per turni massacranti, spesso decurtato delle spese di vitto e alloggio in ghetti fatiscenti.
Non una guerra tra ultimi, insiste Nicaso, ma l’applicazione di un modello mafioso dove il caporale diventa un piccolo padrone armato, che gestisce droga e manodopera per conto di una criminalità più strutturata.
Tra sopravvissuti e impunità
Le immagini di videosorveglianza del distributore Ip, che hanno ripreso i due fermati mentre chiudevano dall'esterno le portiere del Fiat Ulysse, sono state determinanti per fugare l'ipotesi iniziale di un incidente. Eppure, la dinamica giudiziaria si infrange contro la barriera della paura. Taj Mohammad, nonostante le ustioni di secondo grado e la disponibilità della Cgil a trovargli un collocamento protetto, è letteralmente scomparso nel nulla assieme a un amico, Azratt Helal Armani.
Il timore di ritorsioni, in un territorio dove il pachistano Kassan – indicato come referente dei traffici di eroina "insieme agli italiani" – minaccia dall’ombra, ha spezzato il filo della denuncia. Anche i due fermati, rintracciati all'alba in una comunità definita dagli investigatori "impenetrabile", hanno tentato di contattare il loro superiore, un uomo noto come "Hassan", che al momento risulta irreperibile e latitante.
L'ombra della 'ndrangheta e l'inerzia dello Stato
Nonostante la violenza inaudita del gesto – quattro persone bruciate vive mentre facevano rifornimento – alcuni investigatori avevano inizialmente escluso il coinvolgimento diretto delle grandi cosche, sostenendo che la 'ndrangheta non agirebbe mai in un luogo pubblico e sorvegliato come una stazione di servizio. Una lettura che Nicaso contesta fermamente: il sistema del caporalato, in Calabria come nel resto del Mezzogiorno, prospera proprio grazie al “permesso” delle consorterie mafiose, che controllano il territorio e gli appalti.
Lo scrittore, che oggi vive tra Canada e Stati Uniti ma che in questi giorni è tornato a Firenze per sensibilizzare l’opinione pubblica, ha sottolineato come la mancanza di volontà politica nell’estirpare il lavoro nero renda vani decenni di denunce. La strage di Amendolara, in definitiva, non è che l’atto finale di una catena di schiavitù contemporanea: quella che trasforma i migranti in fantasmi cancellati dalla faccia della terra, invisibili agli occhi di chi, passando sulla Statale 106, preferisce distogliere lo sguardo dai corpi bruciati e dalle fragole raccolte col sangue.




