La strage di Amendolara e il racket silenzioso del caporalato che non conosce tregua
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Redazione Interno
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L’aria della domenica – era il primo giugno, ma la cronaca restituisce ancora l’odore acre della benzina – si è trasformata in una trappola mortale lungo la statale 106 Jonica, ad Amendolara, nel Cosentino. Quattro braccianti agricoli, tre afghani e un pachistano, sono rimasti arsi vivi all’interno di un minivan che avrebbe dovuto riportarli a casa, dopo l’ennesima giornata di raccolta nei campi della piana del Metapontino.
A fermare il mezzo, la scusa di un rifornimento in un’area di servizio; a decretarne la fine, una manciata di secondi in cui l’automobile si è trasformata in un forno crematorio.
La dinamica dell’agguato e il superstite
Il volto dell’orrore, in questa vicenda giudiziaria ancora tutta da decifrare, ha un nome e una voce: quella di Taj Mohammad (o Mohamed, secondo alcune ricostruzioni), un cittadino afghano sopravvissuto miracolosamente alla furia omicida. L’uomo, che mostra ai cronisti le braccia fasciate per le ustioni riportate nell’incendio, ha ricostruito i momenti precedenti la fiammata, aiutandosi con i gesti e con un italiano stentato quanto efficace. “Benzina, accendino e poi boom”, ha mimato ai microfoni del TgR Calabria, descrivendo l’esecuzione.
Stando alla sua testimonianza – e alle immagini dei sistemi di videosorveglianza del distributore – i due presunti assassini, fermati dalla polizia poche ore dopo, hanno agito con una lucidità raccapricciante: mentre uno dei due bloccava le portiere dall’esterno per sigillare la trappola, l’altro ha cosparso l’abitacolo di liquido infiammabile, lanciando poi un accendino per innescare il rogo.
Taj Mohammad è riuscito a salvarsi soltanto rompendo un finestrino, una piccola crepa nella gabbia di fuoco che gli ha permesso di rotolare all’esterno mentre gli altri quattro, tra cui un ragazzo di appena 19 anni (Ullah Ismat Qiemi), venivano avvolti dalle lingue di fuoco senza scampo.
La mafia dei caporali e il movente economico
Non si tratta, hanno chiarito subito gli inquirenti, di un tragico incidente né di un rogo casuale. La Procura di Castrovillari, diretta da Alessandro D’Alessio, ha emesso un decreto di fermo per omicidio plurimo aggravato da premeditazione, crudeltà e futili motivi nei confronti di due cittadini pachistani, ipotizzando che a muovere le mani degli assassini sia stato un regolamento di conti legato al racket del caporalato.
Il sopravvissuto ha raccontato di vessazioni continue: i due fermati, che fungevano da intermediari, trattenevano i salari e pretendevano il pagamento del “trasporto”, un vero e proprio obolo per viaggiare su quelle stesse strade che li conducevano allo sfruttamento. “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no”, ha dichiarato Taj, descrivendo una vita di stenti e ricatti. Un litigio scaturito proprio dal rifiuto di pagare questa gabella sarebbe stato la scintilla che ha trasformato la lite in carneficina.
Gli investigatori stanno inoltre verificando una pista parallela, legata a una presunta “grande mafia pachistana” citata dal superstite, un sistema criminale che gestisce flussi migratori e manodopera attraverso minacce e intimidazioni.
Uno sfruttamento radicato: dal consolato di Milano alle campagne della Sibaritide
La vicenda di Amendolara, per quanto efferata nella sua esecuzione, non rappresenta una casuale esplosione di violenza, bensì la punta più tragica di un iceberg sommerso che attraversa l’Italia intera, dal Settentrione al Meridione.
Solo poche settimane prima, un’altra inchiesta, stavolta a Milano, aveva acceso i riflettori sullo sfruttamento nei cantieri di lusso: la procura milanese ha chiesto il carcere per il manager della Caddell Construction, Ulas Demir, accusato di aver ridotto in schiavitù decine di operai indiani impiegati nella costruzione del nuovo consolato statunitense. Gli operai, reclutati con false promesse, venivano pagati meno di due euro all’ora, trattenendo loro vitto e alloggio da stipendi che raggiungevano a malapena i 1.500 euro lordi.
Un meccanismo identico a quello subito dai braccianti calabresi, sebbene declinato in un contesto urbano e con una manodopera differente: entrambi i sistemi si basano sull’approfittamento dello stato di bisogno dei migranti, sulla promessa di un futuro migliore tradita dalla violenza e sul sostanziale silenzio che avvolge la manodopera irregolare.
Non è un caso, del resto, che i corpi delle vittime siano stati rinvenuti lungo la “106”, strada simbolo delle migrazioni stagionali, dove decine di lavoratori vengono caricati su furgoni fatiscenti per essere sbattuti nei campi senza alcuna tutela.




