Ad Amendolara il “Mai più” della Cgil contro il caporalato e la schiavitù nei campi
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Redazione Interno
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Erano migliaia, arrivati da ogni angolo del Meridione con pullman organizzati e flotte di auto private, quelli che hanno risposto presente all’appello della Cgil nella piana di Sibari. L’obiettivo del corteo, che si è snodato dalle adiacenze del distributore di benzina sulla Statale 106 fino al cuore di Amendolara, era netto: ribadire il rifiuto di un sistema che, troppo spesso, conta i propri morti in silenzio.
La manifestazione, promossa dalla Flai Cgil all’indomani dell’agguato in cui hanno perso la vita quattro braccianti agricoli (tre di nazionalità afghana e uno pakistano), ha rappresentato una cesura visibile rispetto all’indifferenza che solitamente circonda il fenomeno dello sfruttamento lavorativo. A guidare il serpentone umano, fianco a fianco con i sindacalisti di base, c’erano il segretario generale Maurizio Landini e il leader della Flai Giovanni Mininni, mentre tra la folla sventolavano bandiere e striscioni con la scritta “Mai più”.
Il racket della paura e la convivenza forzata
Mentre la piazza riversava il proprio dissenso per le strade, emergevano dettagli agghiaccianti sulle condizioni di vita delle vittime e dei loro aguzzini. Una troupe della Tgr Calabria è riuscita ad accedere all’abitazione di Villapiana, dove i presunti killer convivevano a stretto contatto con gli stessi braccianti che riducevano in schiavitù. In quell’alloggio, stipato con altri lavoratori sfruttati, la linea di demarcazione tra vittima e carnefice sembrava essersi dissolta in una promiscuità fatta di ricatti quotidiani e violenze psicologiche.
Gli attuali inquilini della casa, interpellati dai cronisti, hanno tuttavia scelto la strada dell’anonimato più assoluto: il timore di ritorsioni, alimentato da un sistema di potere che non teme di ricorrere alle fiamme per risolvere le controversie, è ancora troppo radicato per osare una denuncia a volto scoperto.
Un delitto che squarcia il velo sull’agro-mafia
La dinamica dell’omicidio, ricordata dai manifestanti proprio nel luogo dell’eccidio, non ha lasciato spazio a interpretazioni ambigue. Il procuratore di Castrovillari ha confermato la fermezza dell’azione criminale, sottolineando come quella dei quattro braccianti, bruciati vivi all’interno di un minivan, sia stata un’esecuzione pianificata.
Le indagini, coordinate dalla magistratura e supportate dalle immagini dei sistemi di videosorveglianza presenti nell’area di servizio, hanno portato all’arresto di due cittadini pakistani, accusati di omicidio plurimo e pluriaggravato.
Il solo sopravvissuto a quell’inferno di latta e benzina – un giovane afgano ricoverato con vistose ustioni – ha fornito agli inquirenti la chiave di volta del movente: le vittime avrebbero osato ribellarsi alle pretese economiche dei caporali, rifiutandosi di versare il denaro preteso per il trasporto, e per questo sono state eliminate con una ferocia inaudita.
La mobilitazione come atto politico
I flussi di lavoratori giunti in pullman non si sono limitati a esprimere cordoglio; hanno trasformato la piazza in un tribunale popolare contro il caporalato, che in queste terre, come emerso da inchieste recenti (tra cui quella della Direzione distrettuale antimafia di Potenza), genera un giro d’affari milionario basato sulla complicità di aziende agricole compiacenti. Il segretario generale Landini, presente al fianco delle delegazioni operaie arrivate da tutta Italia, ha incarnato la volontà di rompere l’isolamento in cui versano questi lavoratori invisibili.
Sebbene la legge 199 del 2016 rappresenti formalmente uno strumento all’avanguardia in Europa, la strage di Amendolara ne ha dimostrato la sostanziale inefficacia pratica, laddove la paura di perdere il permesso di soggiorno o di subire violenze fisiche impedisce ancora alle vittime di sporgere denuncia.




