Droni e diecimila ispezioni: Calderone promette guerra al caporalato dopo l’inchiesta di Amendolara

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’eco della strage di Amendolara, dove quattro braccianti sono stati arsi vivi all’interno di un’auto, non si è ancora spenta quando il ministro del Lavoro, Marina Calderone, alza il tiro. Di rientro dal vertice istituzionale tenutosi a Reggio Calabria, la titolare del dicastero – intercettata dal “Corriere della Sera” – ha tracciato una linea netta: utilizzeremo droni, moltiplicheremo i controlli e saremo “implacabili” verso gli sfruttatori.

Un messaggio che arriva dritto dal luogo del delitto, dove la magistratura sta cercando di fare luce su un movente che, secondo gli inquirenti, affonda le radici proprio nelle maglie sporche del sistema di intermediazione illecita della manodopera.

Diecimila ispezioni mirate e la sfida tecnologica ai campi

L’annuncio, che ha del clamoroso per le cifre messe in campo, prevede la replica del piano ispettivo già rodato nel 2025 tra Calabria e Basilicata. Calderone ha confermato che anche nel 2026 si raggiungerà quota diecimila interventi, avvalendosi “delle migliori tecnologie, compresi i droni”. L’obiettivo dichiarato è quello di stanare l’illegalità nei settori agricoli più esposti, ma la ministra ha voluto blindare la strategia del governo contro quella che lei stessa definisce la “demagogia”: nessuna intenzione, almeno per ora, di procedere con un salario minimo astratto.

La risposta allo sfruttamento, per Calderone, non può ridursi a un parametro economico, bensì passa per il rafforzamento della contrattazione collettiva e la trasparenza delle filiere.

Le pieghe dell’inchiesta e il silenzio dei fermati

Mentre la politica schiera i suoi strumenti, la Procura di Castrovillari procede su un terreno minato. I due cittadini pakistani fermati, Safeer Ahmed e Ali Raza, hanno scelto la strada del silenzio davanti al giudice, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Un silenzio che non blocca le indagini, orientate a verificare se dietro l’agguato – costato la vita a Waseem Khan e ai tre afghani Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad – ci sia una faida tra gruppi per il controllo delle braccia o una ritorsione per una ribellione interna al sistema di caporalato.

Gli inquirenti stanno scandagliando i legami lavorativi delle vittime con le aziende della zona di Scanzano Jonico, cercando di capire se i due indagati agissero come caporali o semplicemente come intermediari di un meccanismo di sfruttamento più vasto.

Un "bollino nero" non serve: lo Stato risponde con le norme esistenti

Alle sollecitazioni che chiedono un inasprimento delle pene, magari con un “bollino nero” per i recidivi, Calderone ha risposto picche. La sua posizione, espressa senza mezzi termini, è che l’apparato sanzionatorio e penale attuale è già sufficiente a punire i colpevoli, a patto che venga applicato senza sconti. Una presa di posizione che sposta l’attenzione sull’efficacia dei controlli piuttosto che sulla creazione di nuovi reati.

Il governo, quindi, punta tutto sulla prevenzione e sulla presenza fisica sul territorio: il vertice di Reggio Calabria, che ha visto la partecipazione delle forze dell’ordine e della Regione, ha sancito una stretta operativa che prenderà il via a metà giugno, estendendosi per tutta l’estate. Le ispezioni a tappeto, in questo scenario, diventano l’unica vera arma per rompere l’omertà che avvolge i ghetti agricoli del Sud.

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